#Il G8 senza contadini ammette il proprio fallimento ma non supera le sue contraddizioni

24 04 2009

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Al seminario organizzato dal Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare il 18 aprile a Treviso, Ibrahim Coulibaly, Presidente dell’associazione contadina CNOP del Mali, ha detto chiaramente: “L’Africa può nutrirsi da sola, non ha bisogno di politiche agricole globali imposte da un gruppo di paesi ricchi senza alcuna legittimità: non è compito del G8 decidere la politica agricola internazionale!”. L’affermazione di Coulibaly rispecchia le posizioni di forte critica emerse durante il seminario rispetto al primo G8 agricolo, che si è tenuto dal 18 al 20 aprile a Cison di Valmarino, vicino Treviso. I ministri dell’Agricoltura degli otto paesi più industrializzati hanno prodotto una dichiarazione finale che non solo ammette i suoi stessi fallimenti nel passato, ma prevede un futuro pieno di contraddizioni. Il summit di Treviso è stato esplicitamente programmato per limitare l’accesso delle organizzazioni agricole e ridurre la loro visibilità. Basti la locatione: il G8 si è tenuto in un castello isolato tra le montagne. Il ministro italiano dell’agricoltura Zaia, peraltro, si è rifiutato di incontrare una delegazione di organizzazioni contadine italiane e internazionali che volevano esprimere semplicemente loro proposte e suggerimenti. Senza il minimo ascolto ecco che il testo finale prodotto dal G8 è un documento estremamente contraddittorio, che come spesso capita dice tutto per non dire nulla. Mentre riconosce il ruolo dei produttori di cibo e la crisi che colpisce le aree rurali, fallisce nel definire una reale strategia per alleviare questa crisi. La dichiarazione, da una parte, parla di porre “l’agricoltura e lo sviluppo rurale al centro di una crescita economica sostenibile, rafforzando il ruolo dell’agricoltura familiare e dei piccoli produttori e il loro accesso alla terra”, ma dall’altra, parla di “raggiungere un’equilibrata, ampia e ambiziosa conclusione del Doha Round”, due politiche che sono incompatibili: il Wto ha ripetutamente dimostrato di avere effetti catastrofici sui piccoli agricoltori, dato che liberalizza il mercato dell’agricoltura e privatizza le risorse naturali. La dichiarazione sostiene anche la proposta di creare una Global Partnership per il cibo e l’agricoltura, mentre allo stesso tempo riconosce la centralità del ruolo della FAO – due posizioni che non possono essere conciliate. Le istituzioni delle Nazioni Unite già esistenti devono essere al centro della soluzione per la crisi corrente, e non la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, rappresentati dalla Global Partnership.

Sono proprio le politiche del G8 che in passato come ora hanno fatto fallire gli obiettivi di dimezzare la fame globale entro il 2015. Qualsiasi reale politica che voglia mettere contadini e agricoltura sostenibile al centro, deve rifiutare l’agenda del libero commercio e la Global Partnership, permettendo agli stati di proteggere i diritti dei loro popoli a lavorare e mangiare. I contadini, che rappresentano circa la metà della forza-lavoro mondiale, sono i primi ad essere affetti dalla fame e dalla malnutrizione. I rappresentanti del movimento internazionale nato dai contadini di diversi paesi tra nord e sud del mondo “Via Campesina” si sono incontrati a Treviso nei giorni del G8 per far valere le loro alternative, per sottoporle nuovamente all’attenzione delle istituzioni. Le loro richieste sono semplici: permettere ai popoli e ai paesi di definire e proteggere il proprio sistema agricolo, senza condizionare negativamente gli altri. Trasformare il modello di agro-esportazione sia nel Nord che nel Sud in uno basato su scala locale e sulla produzione agricola sostenibile, a sua volta basata su coltivazione familiare sostenibile.

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#Qualcosa di “buono” per il nostro territorio

21 04 2009
Montevecchia - siepi di rosmarino

Montevecchia - siepi di rosmarino

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Nei giorni scorsi è avvenuta l’iscrizione nell’elenco dei prodotti agricoli tradizionali riconosciuti da Regione Lombardia di: Rosmarino e Salvia di Montevecchia, Pollo brianzolo, Patate di Oreno. Quattro prodotti che interessano il nostro territorio da vicino e che coprono un vasto  areale che va dal Parco del Curone a quello della Cavallera.

Dopo anni di ricerca storica e tecnica svolta su ognuno dei prodotti citati speriamo che il loro riconoscimento formale possa davvero rappresentare un’ulteriore opportunità per dare impulso ad una agricoltura di qualità anche grazie alle convergenti iniziative di filiera corta, agricoltura periurbana e stili di consumo adottati da molte famiglie brianzole.

Mai come ora associazioni, tecnici e  rappresentanti di istituzioni e parchi stanno lavorando insieme per provare a dire che cambiare è possibile.

Qui potete leggere la nota diffusa dall’ufficio stampa regionale.

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#Gli effetti della soia transgenica in Argentina

20 03 2009

Avevano presentato gli organismi geneticamente modificati come la soluzione a tutti i problemi dell’umanità. Tra l’altro dicevano, c’è tutta una letteratura, che gli OGM non hanno bisogno di fertilizzanti chimici o di erbicidi. Non era così. Nell’Argentina dell’agroindustria della soia, secondo la ONG Gruppo di Riflessione Rurale”(GRR) proprio l’agroindustria sta avvelenando una delle pianure più fertili del mondo dove per non morire di cancro si scappa. Il principale colpevole è il glifosfato, un erbicida inventato dalla Monsanto ma oggi, scaduto il brevetto, prodotto da più ditte.

Si starebbero così moltiplicando i casi di tumori infantili, le malformazioni congenite, i problemi renali, le dermatiti, i problemi respiratori. Secondo uno studio dell’Ospedale italiano Giuseppe Garibaldi di Rosario, nelle zone fumigate ci sarebbe un aumento di tre volte dei tumori gastrici e ai testicoli, di due volte per quelli al pancreas e ai polmoni e addirittura di dieci volte al fegato.

GRR ha intervistato decine di medici rurali e abitanti dell’interno argentino e questi sarebbero i risultati tanto che dalla ONG si afferma: “la prima cosa da fare è una moratoria delle fumigazioni”. Ma il governo argentino con molta difficoltà può prendere delle decisioni in un territorio sul quale, dalla notte neoliberale, ha una giurisdizione molto limitata.

Durante gli anni del neoliberismo, infatti, mezzo territorio agricolo dell’Argentina fu venduto pezzo per pezzo a multinazionali dell’agroindustria transgenica. Oggi la metà delle campagne argentine, vaste più volte il territorio italiano, è piantato a soia transgenica. Per far crescere i 48 milioni di tonnellate di soia, esportate verso Cina, India e Stati Uniti, e che sono una delle prime voci dell’export del paese, vengono utilizzati 200.000 litri l’anno di glifosfato. Sembrava facile piantare tutto a soia in un territorio pianeggiante e con un’agricoltura altamente meccanizzata. Fu così che dagli anni ‘80 in avanti la soia rubò sistematicamente spazio ai boschi, all’allevamento e ad altre coltivazioni. Se la Monsanto nega che il glifosfato sia tossico, dalla GRR si risponde che il glifosfato è il principale agente usato per le fumigazioni dei campi di coca in Colombia ed Ecuador e anche in quei casi ci sono denunce per gravi conseguenze sull’uomo.

Secondo la denuncia di GRR, raccolta da IPS: “è necessario sospendere le fumigazioni almeno in base al principio di precauzione”. Ma accettare tale precauzione vorrebbe dire per l’Argentina mettere in crisi completamente il modello agro-esportatore. La rivista Latinoamerica, in questi anni, lo ha più volte denunciato: il modello dell’agroexport produce altissimi guadagni per pochi, spazza via la piccola agricoltura, non produce lavoro a causa dell’altissimo livello tecnologico e desertifica le campagne. Denuncie fondate su basi sociali e scientifiche che, però, restano per lo più voci isolate, senza seguito.

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di Gennaro Carotenuto (03 marzo 2009)

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#La crisi economica non ferma la crescita del biologico

2 02 2009

Tra i dati diffusi dall’ultimo rapporto Bio Bank 2009, che raccoglie i dati di oltre 7mila operatori del settore biologico, il più interessante è quello che dimostra come, nonostante la crisi economica, gli italiani non rinuncino ad acquistare prodotti alimentari buoni, puliti e giusti – rubando le parole al Presidente di Slow Food Carlo Petrini.

Vediamo in sintesi i principali rilievi del rapporto: in primo luogo, si registra una crescita per tutte le forme di vendita diretta dei prodotti agroalimentari biologici in Italia, con un +17% nel 2008 e un +92% negli ultimi cinque anni. Questa, in un periodo di forte rallentamento economico, che comporta una generale contrazione dei consumi, costituisce un’indicazione chiara: il consumatore consapevole non vuole rinunciare al biologico.

Gli operatori bio erano poco più di 1.000 con vendita diretta nel 2003, ed hanno superato abbondantemente quota 1.900 nel 2008, segnando quasi un raddoppio in cinque anni. La vendita diretta è diventata un fenomeno che non riguarda più solo le piccole aziende, per le quali è comunque vitale, ma anche le grandi realtà, che la vedono come un valore aggiunto decisivo. Nell’ultimo triennio, anche i gruppi di acquisto solidale (GAS) sono cresciuti del 66%, per un totale di 479 gruppi in tutta Italia. Crescono anche il numero delle mense scolastiche con menù biologico (+20% dal 2006), quello dei ristoranti (+12%) e dei mercatini (+8%). Questi dati sono di conforto e, in un momento difficile per l’economia globale, segnano un lento cammino di maturazione nel modo di produrre e consumare, un cammino faticoso e figlio di una battaglia culturale che da anni si combatte specialmente su suolo italiano.

In ogni caso, è bene ricordare che si parla di percentuali elevate in relazione a margini quantitativi ancora di nicchia. La strada è lunga, insomma, ma, con il biologico, anche buona.

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#Petizione per la difesa di un’agricoltura contadina

25 01 2009

Civiltà Contadina ha lanciato negli scorsi giorni una campagna popolare per favorire la creazione di una legge che riconosca una agricoltura contadina e liberi il lavoro degli agricoltori dalla burocrazia.

L’agricoltura e la sua opera di preservazione del territorio sono spesso al centro del dibattito ambientalista contemporaneo. Pur nella difficoltà di conciliare le esigenze produttive con le nuove funzioni di tipo terziario, l’agricoltura rappresenta una delle attività responsabili dell’aspetto e della funzionalità delle ampie palghe rurali d’Italia. Conscia di questa importanza, come delle difficoltà a cui oggi vanno incontro i produttori agricoli, la nostra Associazione non può che unirsi, onorando il proprio statuto, alla richiesta formulata e promossa da Civiltà contadina.

La petizione, visibile e sottoscrivibile, sul sito www.agricolturacontadina.org, prevede in sintesi i seguenti punti:

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punto 1

Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermediari, possa liberamente:

*trasformare e confezionare i propri prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica;

*vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoriprodotte), alimentari e di artigianato manuale ai consumatori finali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.

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punto 2

I contadini che, come occupazione prevalente, praticano la coltivazione del fondo e del bosco o l’allevamento o la raccolta di erbe e frutti spontanei, esclusivamente per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta ai consumatori finali e agli esercenti locali di vendita al dettaglio e ristorazione, e che non siano anche lavoratori dipendenti o liberi professionisti né abbiano dipendenti, salvo eventuali avventizi impiegati in attività di raccolta


SIANO ESONERATI DA

*il regime Iva, la tenuta di registri contabili, l’obbligo di iscrizione alla camera di commercio; ogni imposta o tassa relativa all’occupazione prevalente, alla propria abitazione e al fondo, comprese quelle di registrazione e proprietà relativa all’acquisto di terreni confinanti con i propri e confinanti tra loro;

*l’applicazione del sistema HACCP e, più in generale, le norme vigenti in materia di igiene e sicurezza degli alimenti;

*i vincoli progettuali e urbanistici per:

*la costruzione di stalle, serre e altri annessi sui propri terreni e per l’esclusiva occupazione prevalente, purché realizzati con una dimensione massima di 30 mq e a un piano fuori terra, secondo tipologie bene inserite nel contesto ambientale, con strutture solo rimovibili e senza possibilità di cambio della destinazione d’uso;

*la ricostruzione di manufatti preesistenti in terra, in legno o in pietra a secco;

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ABBIANO DIRITTO DI

*macellare direttamente nel proprio fondo il bestiame nato e allevato nel podere, limitatamente a un numero di capi proporzionati ai membri della famiglia e ai propri ospiti, e seppellirne i resti secondo le consuetudini locali, fatti salvi gravi motivi sanitari o la non idoneità dei terreni;

*esercitare nella propria abitazione e sul proprio fondo attività di ospitalità rurale, fino a un massimo di dieci coperti e posti letto, senza necessità di autorizzazioni e senza essere soggetti a regole fiscali e sanitarie;

*pagare i minimi contributi assistenziali e previdenziali;

*ricevere, attraverso le regioni, servizi gratuiti a domicilio di:

*assistenza veterinaria e agronomica;

*assistenza burocratica e ricezione per qualunque domanda, dichiarazione, denuncia o modulistica di altro genere a qualunque titolo richiesta dall’amministrazione pubblica o comunque dovuta per legge.

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punto 3

I contadini definiti nel punto 2 siano registrati in uno specifico albo del comune di residenza e possano attestarsi con autocertificazione, vera fino a prova di falso.

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punto 4

Il lavoro prestato ai contadini definiti nel punto 2, nel loro fondo, gratuitamente o come apprendistato o come scambio di opere, sia assimilato al volontariato e ­ salvo l’uso di scale o di macchine e attrezzature elettriche o a motore – non sia assoggettato a obblighi contributivi e previdenziali.

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punto 5

Siano abolite le limitazioni sui contratti agrari in natura, purché favorevoli ai conduttori per una misura non inferiore al 70% del raccolto.

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#Biocarburanti e crisi alimentare mondiale

2 05 2008

Da più parti in questi ultimi tempi si levano annunci riguardo un’incombente crisi alimentare di livello globale: l’argomento occupa le pagine dei quotidiani e ne è nata una petizione internazionale che sta creando una certa discussione (date un’occhiata qui).

La situazione però viene di rado spiegata nei suoi risvolti, non si dice, per il vero, che l’attuale crisi non discende da un’epocale penuria di cibo, ma dalla sua accessibilità e distribuzione. E’ un dato di fatto che siamo 80 milioni in più ogni anno (interessante ricordare, a proposito, che il filosofo e scienziato Arne Naess in “Ecosofia” parlava di 100 milioni di umani contemporaneamente viventi, per una vitalità planetaria autosostenentesi), ma non è questo il problema; non ci troviamo nemmeno davanti a carestie causate da patogeni, infestanti o agenti esterni che hanno danneggiato le coltivazioni. Il nocciolo della questione è che il cibo è, ora più di ieri, per molti inaccessibile. Prezzi in rialzo stanno mettendo in difficoltà milioni di persone e sono la causa delle rivolte in atto dal Bangladesh al Sud Africa. Le Agenzie per gli aiuti umanitari rendono noto che oggi 100 milioni di persone in più corrono il rischio di morire di fame. Volendo portare alcuni esempi, in Sierra Leone il prezzo di un sacchetto di riso è raddoppiato, ed il 90% dei cittadini non se lo può più permettere. In Italia il prezzo dei cereali, che era in netto calo alla fine degli anni ’90, sta subendo rincari continui; i produttori di mais si stanno rimboccando le maniche, per loro si annuncia una (breve) stagione di vacche grasse.

Ogni proprietà su cui si coltiva mais l’anno scorso si è rivalutata mediamente a livello globale del 15%. Merito dell’aumento del prezzo del mais da etanolo. Dall’Australia agli Stati Uniti passando per Argentina (+27%) ed Uruguay non ci sono eccezioni. Nei prossimi anni gli analisti finanziari si attendono rivalutazioni ancora del 15% per anno. Jim Farrel – uno che ne dovrebbe sapere qualcosa, dato che è CEO della Farmers National di Omaha, una società che gestisce 1,2 milioni di acri di terra distribuita fra 3700 fattorie – ha recentemente dichiarato: “non sono gli investitori a spingere verso l’alto i prezzi della terra, ma l’aumento dei prezzi del mais dovuto alla domanda di biocarburanti”. Come se non bastasse, l’aumento dei prezzi è anche stimolato dal fatto che ogni anno la terra coltivabile diminuisce perché il terreno si deteriora o viene coperto da nuove edificazioni. Fra il 1981 e il 2001, le fattorie statunitensi hanno perso 9,6 milioni di acri (il 2,8%). La vicenda ha risvolti più complessi, il prezzo delle fattorie sale perché sale la domanda di agrocarburanti, salita a sua volta poiché i governi cercano soluzioni per il riscaldamento globale (negli Usa, in 10 anni, sono stati spesi 51,3 miliardi di dollari per incentivare la produzione di agrocarburanti). Il riscaldamento globale darà presto un ulteriore contributo al caro-prezzi, rendendo più difficile la vita degli agricoltori.

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Come evidenziato, lo scombussolamento dei prezzi trae origine dal grande business che sta montando attorno ai combustibili di derivazione agricola, negli States, dove la lobby degli agricoltori è più viva che mai; l’idea dei biocarburanti, ovvero di ricavare combustibili che sostituiscano il petrolio attraverso la granella dei cereali, ha promosso a livello globale una fiammata speculativa senza precedenti, che sta portando molte grandi aziende a investire su produzioni come mais, soia e colza.

Risultato? Gli Usa, tra i più imponenti produttori di granaglie per il mondo, hanno ritirato molta parte della loro produzione interna, prima destinata all’alimentazione umana e animale, per orientarla alla trasformazione e, quindi, alla produzione di biodisel e derivati. L’offerta sul mercato si è in conseguenza sensibilmente ridotta e il prezzo dei cereali ha preso a salire.

Quali conseguenze? Le conseguenze sono disastrose almeno per tre motivi. Il primo di ordine etico e sociale: l’impennata dei prezzi sta escludendo sempre più ampie plaghe del pianeta dalla possibilità di un approvvigionamento minimo di cibo, le grandi multinazionali – non crediate, sono sempre loro a manovrare i burattini, ancora quelle degli Ogm e delle biotecnologie – hanno deciso che si possono sacrificare alcuni milioni di vite umane per permettere ad un quinto della popolazione del pianeta di usare i propri SUV.

In secondo luogo, è legittimo attendere conseguenze ecologiche su ampia scala: la saga dei biocombustibili sta attivando a livello mondiale una corsa agli “armamenti” agricoli, sembra di essere tornati ai primi anni ‘80, torna a verificarsi un processo di intensificazione dell’agricoltura, che sembrava destinato a un lento declino poco dopo i primi anni ‘90. In due o tre anni assisteremo a una “restaurazione” delle pratiche intensive e allo smantellamento dei pochi risultati ottenuti dalle (sempre troppo timide) politiche agricole comunitarie. Medesimo discorso si può prospettare a livello globale: spazi verranno rubati alle fasce ecotonali, al bosco, alle foreste, verranno impiegate tecnologie sempre più massive e basate su criteri di distruzione, piuttosto che su una corretta biofilia. I “bio”-carburanti saranno l’ennesima giustificazione funzionale all’introduzione delle biotecnologie in campo! Questo con sensibili ripercussioni dal punto di vista ecologico, in termini di inquinamento e perdita di biodiversità.

Infine, mi sento di accennare ad una terza conseguenza/ipotesi di riflessione. Ai biocarburanti non crede nessuno, entro tre-quattro anni le multinazionali si disferanno di questi falsi progetti di produzione, avendo ottenuto quanto desiderato: più terreni e un ritorno poderoso in termini di tecnologie massive e industriali. Gli Usa rilasceranno allora sul mercato i cereali destinati alla produzione di carburanti, con uno scossone che metterà in ginocchio i molti agricoltori, soprattutto terzomondisti, che, senza le barriere economiche e gli ammortizzatori europei (ricordo che metà del bilancio Ue è ancora oggi speso per il solo settore primario) e senza i prezzi gonfiati di questi periodi, si troveranno a gestire investimenti senza più senso.-

La produzione di biocarburanti, giustificata falsamente come la soluzione ecologica alla fine del petrolio, è una doppia fandonia. Lo è in primo luogo per i limiti fisici della terra, che non può sopportare una produzione di carburanti da cereali utile per soddisfare le crescenti esigenze mondiali; potrebbe soddisfare quelle di una esigua parte della popolazione mondiale, ma con costi in termini di qualità ecologica (erosione suoli, desertificazione, inquinamento, perdita di biodiversità, eutrofizzazione, ec) non minori di quelli provocati oggi dalla combustione dei carburanti fossili. Fandonia due volte, in quanto, la produzione di biocarburanti è strettamente dipendente dall’agricoltura industriale, celeberrima fagocitatrice di carburanti fossili. L’agricoltura si vedrà costretta, nel prossimo futuro, a ripensare i propri metodi produttivi, davanti all’aumento dei prezzi del petrolio e alla fine sempre più imminente delle sue riserve.

Si tratta di agire subito a livello transazionale. Quel che fa specie è che non esistano, ad oggi, organi istituzionali di questo livello e che le politiche coordinate a livello internazionale, almeno per ora, non abbiano saputo dare i risultati sperati. Da ultimo, è forse poco corretto credere ancora alla politica come credibile contraltare del mercato, oggi la politica sembra piuttosto un’emanazione, una seconda essenza delle logica neoliberista. L’Unione Europea incarna bene il modello e non sembra voler offrire opportunità per ricredersi.

Alfio Sironi