#Maggio – giugno 2009 Panigada, farfalle e un nido nascosto

7 06 2009

24 maggio 2009. Avevo marcato visita nella precedente occasione: impegni mi avevano tenuto lontano dalla Nava. Aveva pensato Alfio a coprire il turno di censimento, con la consueta bravura. La raccolta di dati non subisce così nessuna interruzione, per la gioia della prof. Farina, anche oggi peraltro assente.

Lungo il primo tratto di sentiero che ci porta giù alla Valle, scopriamo la curiosa presenza di alberi di faggio. Si tratta, va da sé, di roba messa in posto da mani di giardinieri, non certo di piante spontanee. Nelle foto sono ritratte le foglie.

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Dopo un mese di assenza, la Valle ha preso un volto nuovo. La vegetazione è nel pieno della sua attività. In più punti il sentiero è ammantato di verde. Tipiche immagini dell’estate ormai incipiente.

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La panigada (i fiori del sambuco, per i non-autoctoni) e l’aria ferma rimandano a atmosfere dell’infanzia.

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A quegli istanti immediatamente a ridosso della fine della scuola, carichi di promesse. A quell’ozio fatto di suoni – le campane vicine, che d’estate sembravano essere più udibili rispetto al resto dell’anno, o il canto del merlo –, di scoperte sulla riva di un torrente o al margine di un bosco. A quel senso di libertà, tra Mark Twain e Astrid Lindgren.

La cronaca delle osservazioni è alquanto scarna. Non ci sono particolari sussulti. Se il reparto ornitologico langue, ci pensa il settore entomologia a fornire materiale. Come l’intera, o quasi, area padana, dal Vercellese fino a Trieste, anche la Nava è investita dalla migrazione della Vanessa del Cardo (Vanessa cardui). Le foto non sono delle migliori, è quanto di meglio (o di peggio) può offrire il sottoscritto.

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Alcuni esperti spiegano che una migrazione di così grande portata non si vedeva da decenni. Dopo essere nate in Nord Africa, le farfalle prendono la via dell’Europa. Qualcuno ha provato a fare una stima. Il numero degli esemplari che sono passati è da vertigini: si arriva a diversi milioni al giorno. Nel corso della settimana appena trascorsa il fenomeno si è a poco a poco attenuato.

Il fenomeno non sorprenda. La natura sa il fatto suo, come dice Barry Commoner nel suo “Il cerchio da chiudere”, libro-manifesto dell’ambientalismo. Riprodursi in Africa per poi portarsi in Europa permette di utilizzare due diverse aree dove procurarsi il cibo, senza intasare un solo spazio.

 Alla Colombina, una sorpresa: il canto di una tortora selvatica, specie alquanto pregiata. Non per altro: risulta in calo generale.

Il 7 giugno 2009 ci ritroviamo. Qualche nube di troppo suscita un pizzico di brivido. Le condizioni meteo rimangono alla fine stabili e permettono di operare al meglio. Al solito, poche novità da segnare sul quaderno di campo. I cantori – ovvero gli uccelli in canto – sono al loro posto, il solito. In sede di elaborazione dati sarà una passeggiata, o quasi, definire in modo abbastanza precisa consistenza (leggi numero di individui) e localizzazione dei vari nidificanti.

Alla Colombina è ancora presente la tortora selvatica.

Una classica spiumata ci accoglie nella prima parte dell’uscita. È con buona probabilità di una cinciallegra giovane. Come si nota dalla foto, le penne sono ancora in parte chiuse nell’astuccio. Nelle prime fasi della loro vita, gli uccelli hanno le penne chiuse in un tubicino, che a poco a poco si apre e si rompe per farle uscire.

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Le farfalle sono ancora presenti in grande numero. Alfio, andando a memoria, non ricorda situazioni simili nel passato. La migrazione è ancora in pieno svolgimento? La prof Farina ci illumini. Per lei anche queste due foto: ritraggono due coleotteri, che attribuirei alla famiglia dei cerambicidi. Attendiamo lumi dalla nostra entomologa.

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Il censimento per oggi è finito. Possiamo dedicare del tempo al nido di poiana da noi scoperto a Casatenovo qualche tempo fa. Inutile aspettarsi che vi diciamo dove è ubicato; nemmeno sotto tortura… Unico particolare curioso: si trova in una zona non propriamente defilata. A pochi ghelli corre un sentiero, campi coltivati sono localizzati appena fuori dal bosco. Utilizzando il sentiero – se non ci fosse, non oseremmo certo avvicinarci, come vogliono etica e buon senso –, ci portiamo in zona. Se Alfio spera nella foto, al sottoscritto, tra scienza e feticismo, interessa trovare qualche traccia dei rapaci: borre, resti di pasto, penne. Sul terreno e sulle foglie degli arbusti delle schiazzate biancastre: “deiezioni”, come le definisce l’Alfio con un tocco scientifico e una punta di stile. Nei rapaci, gli escrementi sono tipicamente liquidi. Se ci trovassimo sotto il nido nei momenti cruciali verremmo investiti da docce di urea e altre sostanze di rifiuto. Le raccolgo per la collezione.

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Per dirla tutta, non si tratta di un vero e proprio ripiego in mancanza di meglio. Fatte di poiana mica si trovano tutti i giorni. Purtroppo c’è solo quello; anche attente perlustrazioni non danno risultati migliori.

Un grazie a Paul Tout e a Giacomo Assandri della lista EBN – Italia per le preziosi informazioni sulle Vanesse del Cardo.

Matteo Barattieri





#Febbraio 2009 – 1 marzo 2009 Dall’inverno alla primavera

1 03 2009

Ci sono tanti modi per marcare il passaggio delle stagioni. C’è chi poeticamente ne cerca i segnali nelle luci che accompagnano le giornate. Altri, in modo più canonico, guardano tra le fronde degli alberi, per avvertire la presenza di gemme e affini, oppure puntano lo sguardo verso il terreno, individuando i primi fiori che sbocciano mentre sulle piante non sono ancora arrivate le foglie. Per il sottoscritto lo stacco netto tra le due parti dell’anno è rappresentato dal primo canto di fringuello, che puntuale cade, nelle nostre lande, a metà febbraio.

 

L’1 febbraio 2009 è ancora inverno tuttavia: alla Nava ci accoglie una nevicata. Mica ci blocchiamo per così poco io e l’Alfio Sala. La Valle non appare assonnata, né il paesaggio è ovattato come vorrebbero triti stereotipi. Mancano presenze umane, ma gli ospiti abituali sono tra noi. Non tutti, però, ipotizza Alfio: la gran parte dei fringillidi – e, more solito, i passeri – si sarebbero spostati in cima alle pendici della Valle, in cerca di luoghi più confortevoli e più ricchi di cibo, leggi giardini e cortili. Scopriremo in realtà che fringuelli e peppole sono ancora fedeli alla Nava, li troveremo concentrati nei settori meridionali. Picchi, merli, pettirossi, scriccioli: l’appello è più o meno completo.

 

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 I fiocchi di neve cominciano a tingere il suolo e ci permettono di riconoscere molto bene le tane dei roditori. Ne contiamo diverse, specie nella metà settentrionale della Valle.

 

 

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Le temperature meno rigide dei giorni precedenti hanno favorito l’attività delle arvicole e dei loro parenti più stretti. Non solo. Lungo il sentiero è tutto un fiorire di trame innevate: i fiocchi svelano una lunga teoria di ragnatele, altrimenti quasi invisibili. Anche azzardare un conteggio sarebbe inutile: sono tantissime, e dappertutto. Freno immediatamente qualsiasi velleità da fotografo. Alfio mastica più di me – ci vuol poco –, nel settore; purtroppo non si è munito dell’attrezzatura adeguata. Conserveremo però queste immagini nella memoria. Ma quanti sono i ragni della Nava? Ecco un ambito su cui indagare, a trovare un entomologo ragnista… Non sono molti gli specialisti esperti di questi animali: aracnofobia diffusa? Ai posteri…. Il problema è che non ci si può improvvisare. Provate a consultare un manuale di riconoscimento. Vi accorgerete di quanto è complesso distinguere le varie specie: occorre osservare non pochi dettagli. In attesa di trovare personaggi adeguati al compito (e desiderosi di darci una mano), continuiamo con il censimento di oggi. Individuiamo un gheppio: il piccolo falco non è specie propriamente boschiva, ma gli spazi aperti nel fondovalle possono favorirne la presenza, soprattutto d’inverno, quando il granturco non ha ancora preso il sopravvento su (quasi) l’intero soprassuolo. Senza dubbio per il gheppio non mancano le risorse alimentari, ovvero i piccoli roditori (vedi sopra): qui sotto altre tane.

 

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Non c’è proprio nessuno qui alla Nava, oggi. Come diceva il buon Felipe (è un soprannome), compagno di tante partite a pallone al Parco di Monza e oggi ritiratosi (almeno così sembra) dallo sport attivo, in questi casi “…o siamo scemi noi o sono scemi loro…”. La frase risale ad un pomeriggio al Parco in cui ci trovammo – orca vacca, si parla di decenni fa… – in due sui prati e improvvisammo un allenamento sotto una pioggia battente: nessuno degli altri frequentatori abituali aveva sfidato le avversità meteo.

 

Nei punti più freddi la neve era rimasta sul terreno. L’effetto cromatico non è male, più affascinante è schiacciare questa mistura neve vecchia-nuova, sembra di calpestare dello zucchero.

 

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Beh, a dire il vero siamo nell’ambito dei classici divertimenti da bagaitt, per dirla più precisamente.

 

Venendo a cose più scientifiche, qualcuno potrebbe chiedersi se le condizioni avverse possano pregiudicare la riuscita del lavoro di campo. Beh, in effetti, ideale sarebbe avere situazioni più favorevoli. Ma tant’è: dobbiamo arrangiarci con quanto passa il convento. Confrontando i dati raccolti fin qui con quelli di oggi, non notiamo differenze significative. Potremmo essere in qualche modo condizionati e quindi inclini a censire le stesse cose? Potremmo, potremmo…. Il fatto però di essere in due permette i controllarsi a vicenda. E l’Alfio è sempre senza binocolo….. Un grande…

 

Il binocolo non serve per individuare questa spiumata. È quello che rimane di una tortora dal collare.

 

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Il colpevole? Un allocco, molto probabilmente.

 

Ogni volta notiamo dettagli nuovi. Questa condotta raccoglie acqua: da dove?

 

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Individuiamo anche dei cunicoli: potrebbero essere spunti per nuove osservazioni, o per l’uscita aperta al pubblico del 15 febbraio. Vedaremm…

 

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Il 15 febbraio 2009 ci raggiunge Rosella Caccia da Ornago. È una mia vecchia conoscenza, recuperata in tempi recenti e in circostanze inattese. Rosella è una naturalista: tesi su rettili e compagna cantante, se non ricordo male. In buona sostanza, prende il posto di una Laura Farina ormai latitante cronica. Ha scelto bene la fanciulla, Rosella minga Laura: c’è un bel sole in quel di Casatenovo oggi.

Salendo in bici, a Villasanta mi accoglie il primo canto di fringuello di quest’anno: l’emissione sonora, per usare vocabolario da tecnici del settore, è già ben definita. Anche al punto di ritrovo sentiamo un fringuello in canto. Brilla il sole, ma le temperature sono basse. Solo qualche accenno di brina su prati e campi: l’aria è secca.

 

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Mentre l’Alfio tenta di scattare qualche foto, la nostra ospite prova a impratichirsi su riconoscimento e osservazione di volatili.

 

 

 

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 Cerchiamo di darle una mano, per quanto la concentrazione sul censimento ci permette. “Si arrangi un poco” – vien da dire – “del resto, abbiam cominciato tutti così, seguendo altri più dirozzati e carpendo informazioni e segreti….” Alfio, più gentile, abbozza brevi lezioni qua e là, il sottoscritto cerca invece di non perdere nessuna informazione utile al nostro operato.

 

Cosa ci fanno degli aironi qui? Ne troviamo 3 in zona Colombina. Apriamo l’ennesima divagazione. Adoro divagare: i quatar gatt che leggono queste righe spero apprezzino. L’airone cenerino ha nel settore padano una delle aree a più alta concentrazione nell’intera Europa. Motivo: le risaie e gli altri ambienti affini, che forniscono cibo in quantità. Dai settori di pianura la specie si sta espandendo. Da qualche anno si riproduce in area lariana. In Valsassina è presente una garzaia, ovvero un condominio di nidi. Non stupisce che nel loro vagare si vadano a posare anche sui prati della Valle della Nava. Qui magari possono trovare insetti o altro di cui cibarsi.

È verso gli aironi che Alfio punta il suo obbiettivo.

 

Un mistero risolto. È il caso di fare qualche passo indietro. Sin dalla prima uscita ci ha colpito un curioso dettaglio.

 

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La foto (datata 20 dicembre 2008) mostra una sorta di quadrilatero: ne compongono il perimetro aceri e carpini. Chi diavolo li ha piantati qui in quel modo? “Ha quasi l’aspetto di un roccolo sui generis”, ci troviamo a commentare in due. È, va da sé, mera ipotesi. Il mistero non verrà mai risolto fino a oggi.

Il 18 gennaio 2009 metà delle piante risultava abbattuta (vedi qui sotto).

 

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Oggi, giunti sul posto, troviamo che qualcuno ha fatto strame delle restanti, e malcapitate, piante. Parole e musica di motoseghe e accette.

 

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Un po’ dispiace: ero affezionato a questo angolo di Nava. Un personaggio del luogo è incuriosito dalle nostre ottiche. Mi defilo all’inglese. Intuisco già il tipo: un ‘tacabuttun che è meglio stare alla larga. Misantropia? Nossignori: l’esigenza di concentrarsi sull’attività. E poi… e poi proprio adesso che un canto strano fende l’aria. L’Alfio, più accomodante, scambia quattro chiacchiere con l’improvvisato interlocutore.

Chi diavolo è che canta così? È del gruppo dei luì? Parrebbe, in un primo momento. Una serie di ragionamenti ci portano alle cinciallegre. Questa specie ha una varietà impressionante di emissioni canore. Dice: “come fai a essere sicuro?”. Beh, da un lato ci si basa su tonalità e volume, e sulla presenza di qualche nota attribuibile alla specie, dall’altro lato si usano intuito e buon senso. Magari le prossime volte indagheremo più a fondo. Se si tratta di una variazione individuale – leggi un soggetto, anzi sono in due, che canta in modo anomalo –, non è improbabile che ripeta le sue esibizioni sulla stessa falsariga.

Oggi le condizioni sono un poco spiazzanti per i censitori. Siamo in un momento di passaggio dall’inverno alla primavera/estate. Cominciano i primi (tentativi di) canti: occorre che l’orecchio si abitui. All’inizio non è facile, anzi risulta quasi fastidioso riadattarsi a condizioni che si ripetono, in realtà, ogni anno.

 

 

E le architetture, disemm inscì, vegetali? Eh, l’autoctono di cui sopra ha raccontato ad Alfio che sono state opera di un florovivaista casatese. Pensava di poter poi rivendere le piante. Divenute ormai invendibili, han subito sorte empia e ria. 

 

Qualcuno, sicuramente, vorrebbe qualche avvisaglia di primavera più canonica e meglio individuabile. Insomma qualcosa che non sia l’evanescente canto del fringuello, ostico per chi non mastica del settore. Eccovi accontentati: primule e campanellini.

 

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I campanellini piacciono molto ad Alfio, che non manca mai di citarli nel corso delle nostre uscite. Ci si aspetterebbe che il nostro dia motore a otturatore e obbiettivo. Fotografi, gente strana: le condizioni non sono ancora ottimali per mettere in saccoccia qualche istantanea. A me interessa il documento, ergo…..

 

 

 

Di mistero in mistero. In alcuni punti troviamo strani resti: dei peli bianchi. La foto mostra una particolare concentrazione. Coniglio selvatico? Mah….

 

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Più facile è decifrare questi escrementi, che attribuiamo alla volpe.

 

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Un’altra spiumata, ancora un tortora dal collare nella parte della vittima.

 

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Salutiamo la nostra ospite di oggi, che aspettiamo per altre puntate. E i fringuelli? Curioso: per tutta la mattina non han mai cantato in Valle.

 

Finisce qui? No, c’è anche il pomeriggio, per l’uscita organizzata dal gruppo. Alfio mi ospita – ancora grazie – a casa sua, nell’attesa dell’escursione.

Ci sarà qualcuno? Le nostre previsioni parlano di 2-3 persone. Non è solo un’applicazione estemporanea, e sui generis, della danese Janteloven (legge di Jante). Si tratta di regole (teorizzate da un conterraneo di Andersen e dei fratelli Laudrup), che fanno dello scetticismo freddo e senza particolare attese uno dei punti fermi su cui il popolo nordico baserebbe la propria esistenza. Non siamo soltanto dalle parti del più ruspante e italiota, e trapattoniano, “non dir gatto…”. In realtà sotto sotto speriamo non ci sia nessuno per poter effettuare con calma adeguata alla bisogna il conteggio dei nidi di corvidi.

 

Mai dubitare dell’abilità, quasi pervasiva, di Alfio (Sironi) e accoliti nel raccogliere adesioni. Alla Colombina troviamo decine e decine di persone.

All’opera, quindi.

Non pochi ottimisti han portato il binocolo. Cerco di freddarne velleità da birdwatcher. La Nava non offre in realtà moltissimo. La monotonia del paesaggio è la principale imputata. Mica demordono i convenuti. Fortuna vuole che subito all’inizio facciano la loro comparsa una poiana e, successivamente, uno degli aironi di questa mattina. Tanto basta per vivacizzare il pomeriggio, e rendere contenti i nostri momentanei adepti. Punto il cannocchiale, a beneficio del pubblico, verso le peppole. Non per tutti è però facile individuarne i caratteri.

Su un prato troviamo altri resti, qui fotografati.

 

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Coniglio? Il cadavere è rivoltato come un guanto. A far questi mestieri è in genere la poiana. Mah…

 

Per la gioia di Alfio il capo, Sironi per l’anagrafe, l’uscita riesce. I partecipanti ci salutano soddisfatti.

 

 

 

1 marzo 2009. Rieccoci alla Nava: Rosella non si è fatta viva, la prof – Laura Farina, sempre per l’anagrafe – è per l’ennesima fiata assente. Giustificata, pare, da motivi di salute.

 

Cielo coperto, oggi. Sentiremo il canto dei fringuelli? Veniamo, io e l’Alfio, accontentati immediatamente. Non sono gli unici che udiamo oggi. “Chi è che riesce a contare i pettirossi qui?”, esclama Alfio alle prime battute.

 

 

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Il censimento assume caratteri classici da MITO. È quest’ultimo il Monitoraggio ITaliano Ornitologico, un progetto, ideato e coordinato dai miei compari di Fauna Viva, che ha l’obbiettivo di lavorare soprattutto sulle specie più comuni. Le uscite sono concentrate nel periodo riproduttivo, il riconoscimento avviene quindi fondamentalmente al canto.

 

Chiusa l’ennesima divagazione, sottolineerei, appunto, l’intensa attività canora di oggi: scriccioli, pettirossi, fringuelli, cince varie, verdone (pochi..), merlo.

E le peppole? Ormai dovrebbero aver abbandonato le lande casatesi per il nord. Un paio di richiami ci dicono che qualcuna è ancora qui.

 

Lavori nei boschi: la stagione per il taglio degli alberi vive le ultime settimane. All’opera sono, nella foto, i ragazzi dell’Operazione Mato Grosso, sempre attivi nel campo del volontariato. Il ricavato del loro lavoro di oggi andrà a sostenere progetti in America Latina.

 

 

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Poco attivo oggi è il picchio muratore, qui vediamo un esemplare in una foto di Edoardo Viganò.

 

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Il suo richiamo si ode solo in una occasione.

 

Gli allocchi, o chi per loro, han pasteggiato mica poco. Troviamo un paio di spiumate.

 

 

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Le vittime sono, ahiloro, dei piccioni. I punti in cui si rinvengono queste tracce sono sempre più o meno gli stessi. Possiamo ipotizzare la presenza di un paio di territori di allocco: notizie che verranno utili per future uscite notturne.

 

C’è ancora un poco di ghiaccio.

 

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Le peppole, scopriamo, non han lasciato la Nava in massa. Tutt’altro: 70-80 esemplari sono posati sugli alberi, nel settore meridionale della Valle.

 

Salutiamo i ragazzi del Mato Grosso, mentre la pioggia comincia a cadere più forte. Alla prossima, Valle Nava.

 

Matteo Barattieri

 





#18 gennaio 2009 Nella neve, nella pioggia, nel (quasi) deserto

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Non inizia nel migliore dei modi: piove, porca sidela. E mica debolmente. Rapido consulto con Alfio (Sala). Un censimento ornitologico richiederebbe condizioni di tempo il più possibile favorevoli. La pioggia non è il massimo; il pensiero va subito a, in ordine sparso, quaderno di campo bagnato, ottiche inumidite e magari danneggiate, ma soprattutto alla difficile visibilità. Alla fine decidiamo di uscire lo stesso, sperando in una sorte un poco più propizia.

 

La pioggia diviene meno battente, mentre sul terreno c’è ancora molta neve.

 

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Il manto è ancora bello compatto: vita grama per i pennuti. Molti si sono spostati più sopra, verso giardini e abitazioni, dove procurarsi cibo risulta un poco più semplice. Qua e là troviamo della terra e delle foglie smossi all’attività frenetica di merli e affini.

 

Nessun umano si è avventurato da queste parti, oggi; fino al termine della giornata non incontreremo anima viva. Unica eccezione, i soliti quattro imbecilli del motocross, che fanno strame del silenzio in lontananza.

 

Le pagine del quaderno di campo languono, registrando un quasi deserto ornitologico: qualche cornacchia, qualche manciata di fringuelli, le solite cince… Il pettirosso non degna quasi della sua firma la cronaca della mattinata; il rampichino è oggi lontano o, più probabile, è ospite silente della Valle. Anche il tambureggiare dei picchi subisce oggi un netto calo. Causa prima, molto probabilmente, le condizioni meteo: emettere suoni e richiami costa energie, che è meglio dedicare alla ricerca di materia per l’alimentazione. Tutto ciò pregiudica in parte l’opera dei vostri rilevatori.

 

Le due poiane sono invece sempre qui, con l’immancabile codazzo di cornacchie.

 

Alfio ogni tanto indica nidi che altre volte non abbiamo visto: materia per future uscite. Uno in particolare merita una breve divagazione. Si trova in zona Colombina; un’immagine, pessima, è riportata qui sotto.

 

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Ad Alfio farebbe pensare al rifugio di uno scoiattolo. La posizione addossata al tronco deporrebbe a favore di questa ipotesi, la forma un po’ meno: lo scoiattolo costruisce rifugi più a sfera. La costruzione è fatta da ramoscelli, il che potrebbe funzionare per l’ipotesi scoiattolo. La luce è quella che è: indagheremo più avanti.

Corriamo via rapidi di punto in punto, la pioggia lascia spesso delle tregue; mej fidass minga, però.

Non molte le tracce sulla neve. Si tratta soprattutto di pedate e di orme di cane. Poco invece è opera di animali selvatici.

 

Una pista attira la nostra attenzione. Analizziamola. L’animale è passato sotto il vicino ponte, macchiandosi le zampe di palta. L’andatura è a salti: le orme sono distribuite a due a due.

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Un mustelide, con buona probabilità. Il guanto e il dito ci fanno da scala. 

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 Ogni impronta è lunga 4,5 – 5 cm, la distanza tra le coppie di impronte è pari a circa 25 cm. Quest’ultimo dato è significativo fino ad un certo punto, più diagnostica è la lunghezza della singola impronta: da un confronto con i sacri tesi (in particolare Bouchner “impariamo a conoscere le tracce degli animali”, De Agostini, 1983) possiamo attribuire le tracce alla faina o alla martora. La donnola ha impronta di dimensioni nettamente inferiori, circa la metà. Ermellino e puzzola sono da scartare sulla base della loro distribuzione in terra lombarda. La faina è il candidato più probabile, visto che frequenta con più facilità ambiti antropizzati. Non ultimo: la martora in Lombardia è diffusa in aree montane.

Nel rientrare, si fa vivo un pettirosso; sul terreno orme di lepre (o di coniglio selvatico).

 

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Un nocciolo è crollato, trascinandosi dietro un pezzo di sponda. Non ha però interrotto la sua esistenza: dai rami penzolano le infiorescenze.

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Missione compiuta, alla fine. Finisce, più o meno in gloria, tra i racconti di Alfio, che mescola vicende della propria esistenza alla memoria dei nostri territori. A me il compito di ascoltare e mettere in saccoccia: qualche episodio finirà anche nella mia ormai ricchissima raccolta di storielle divertenti, prese, è d’obbligo, direttamente dalla realtà.

 

Alla prossima

Matteo Barattieri





#4 gennaio 2009 Dalla galaverna spuntò il saltimpalo

4 01 2009

 

“Sembra primavera, quando nei boschi si vedono i ciliegi in fiore”, dice Alfio Sala – come sempre della partita -, commentando la presenza della galaverna, gioiello per gli occhi di cui l’inverno è sempre parco. Vedendola in modo meno poetico, incuriosisce  come il fenomeno non colpisca in modo indistinto tutto, ma tenda a scegliere alcune essenze. Almeno così sembra, a parte ovvie differenze legate alla posizione rispetto ai  punti cardinali. Mah…

 

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La neve non è andata via del tutto; mica male: i cacciatori non possono per legge muoversi con queste condizioni.

 

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Ferme al palo le doppiette, altri imbecilli provvedono a tormentare i vostri rilevatori. Si tratta, va da sé, dei motociclisti, invero pochi. Hai un bel parlare di atmosfera ovattata e di silenzi iemali, facendo leva su tutti gli stereotipi del caso. Gnent da fà: il fracasso dei motori rimbomba, prevenendo sul nascere qualsivoglia conato poetico.

La cronaca, invece. Registriamo oggi la presenza della prof, all’anagrafe Laura Farina. Presenza inusitata anziché no: la nostra teme da sempre condizioni meteo rigide. È anche inguaribile ottimista, avendo scelto il sottozero per inaugurare calzature antipioggia e –acqua da poco acquistate. Poca o nulla palta oggi sul percorso, ma compatto permafrost da lande boreali, con pozzanghere ghiacciate annesse e freddo per le estremità della malcapitata.

 

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L’obbiettivo della digitale cerca anche qualche dettaglio. Un fungo è coperto da uno straterello di neve, parzialmente consumata dalla gocce di acqua che cadono dalle piante.

 

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Alfio mette in moto l’armamentario; la sua attrezzatura è ancora analogica: attendiamo con pazienza le sue istantanee.

 

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Molto attivi oggi i picchi. Non solo il rosso maggiore, anche il verde si fa più volte udire. Diamo una stima: 4 i picchi rossi maggiori e 2 i picchi verdi. Il rampichino presenta sempre un contingente nutrito. L’argomento merita ulteriori approfondimenti, in una prossima occasione. Del resto, è tra le mie specie preferite.

 

Ogni volta che giriamo per la Valle troviamo nuovi nidi. In zona Colombina, una stessa pianta ne reca un paio: merlo (quello posto più in basso), e tortora dal collare.

 

 

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Nel corso dell’uscita troveremo anche un nido di colombaccio e un altro di merlo. Sul sentiero si nota una pannocchia. Alcuni chicchi sono stati mangiati. Opera di roditori, con buona probabilità: i chicchi sono infatti aggrediti nella parte centrale.

 

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A pochi metri, altra traccia. Questa volta è una mela mangiucchiata. Come spiegano Preben Bang e Preben Dahlstrøm nel manuale “Animal Tracks and Signs” (Oxford University Press, 2001), i piccoli roditori lasciano nelle mele depressioni oblunghe, risultato del lavorio degli incisivi inferiori. Le foto corrispondono abbastanza fedelmente alle descrizioni di Bang e Dahlstrøm.

 

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La neve sul terreno fa anche sperare nel rinvenimento di altri tipi di tracce, leggi orme e piste. Ci sono, certo, ma si tratta solo di impronte umane e canine, purtroppo. La Nava è dunque abbastanza frequentata, commenta Alfio. Oggi incrociamo qualche corridore, e i soliti amici dei cani con quadrupede al guinzaglio. Passano anche dei ciclisti.

 

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La mattina è ormai più che inoltrata, la galaverna fatica a sciogliersi, anche dove arriva il sole.

 

“E le peppole?”, potrebbe chiedere qualcuno. Il loro numero è oggi piuttosto ridotto. Alfio segnala che sono invece visibili a ovest della Valle, dove, probabilmente, riescono a trovare un poco di cibo. Qui alla Nava saranno 20-30 in tutto, oggi. Si fanno vedere in particolare verso il settore più a valle, dove è localizzato il punto 5, l’ultimo della lista. Mentre rifinisco il conteggio dei fringillidi, Alfio osserva tre buchi di piciformi. Eccoli in sequenza:

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Il primo è posto in un settore che pare indebolito da attacchi di parassiti o simili. Le piante sono robinie, e piuttosto giovani. Possibile che si tratti di nidi? “E se fosse il picchio rosso minore?” mi viene da pensare, da immarcescibile appassionato di questa specie. Mah….

 

Sulla strada di ritorno integriamo il censimento aggiungendo qualche specie che prima non si era fatta viva. La metodologia seguita prevede di effettuare il rilievo per 10 minuti in ogni punto. Non è impossibile che qualcosa sfugga. Il metodo è in ogni caso affidabile, collaudato in decenni e in ogni dove.

 

Un manufatto lungo il pendio merita future indagini.

 

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Sembra un collettore per raccogliere acqua dalle strade, ma è completamente asciutto: forse ha smesso di adempiere alle sue funzioni.

 

Una tana fresca di coniglio selvatico è piazzata vicino al sentiero. Più sopra la specie è ben rappresentata, spiega Alfio.

 

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Quando stiamo per riporre le ottiche nello zaino, l’inatteso. Un coppia di saltimpalo fa bella mostra di sé, tra incolti e ortaglie in quel della Colombina. Specie di interesse e importanza, il saltimpalo: un tempo era comune, oggi è sempre più confinato. Non abbiamo foto dei volatili, quelle che seguono illustrano gli ambienti utilizzati qui alla Nava, anzi alla Colombina.

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Un invito per tutti a sbinocolare alla ricerca di questo bellissimo uccello. E a cercare di tutelare questi ritagli di verde parzialmente antropizzato. E, da ultimo, a tenerlo d’occhio: potrebbe riservare ulteriori sorprese.

 

Alla prossima

 

Matteo Barattieri

 





#20 dicembre 2008 – Tutto è bene…

21 12 2008

 

“Non può piovere per sempre”, la citazione dal film “Il corvo” è quasi d’obbligo, anche se le atmosfere nostrane rimandano poco o punto alle notazioni gotiche della pellicola di cui sopra. Dopo la pioggia, la tanta e quasi interminabile pioggia dei giorni scorsi, la nostra Nava è gonfia d’acqua.

 

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Le temperature alte per la stagione lasciano solo bave di brina qua e là.

 

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Nonostante il sole, tuttavia, ci siamo solo noi due – io e l’inossidabile Alfio Sala – lungo i sentieri. Altre presenze caratterizzano lo scenario di oggi: cacciatori e cani annessi. Visitatori per niente graditi: spari continui, cani in movimento ovunque, capanni in azione; per i poveri selvatici non c’è tregua. Problema mica da poco, sarà da affrontare prima o poi, e sarà dura, molto dura. Altra nota dolente: a impugnare le doppiette sono non pochi giovani.

 

Il panorama avifaunistico non offre molto oggi, nessuna novità particolare. Alfio dedica del tempo a tentativi fotografici. La luce di inizio giornata non è però delle migliori: il nostro abbandona temporaneamente velleità d’obiettivo.

 

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“Matteo non va in escursione, va a zonzo”, disse una volta Anna S., coordinatrice dei campi estivi CTIN-WWF, dove il sottoscritto opera da anni. Durante i campi a Innerbach (Sudtirolo), si va in escursione coi ragazzi (12-14 anni). Se sono io a comandare la giornata, le passeggiate durano moltissimo, interrotte da tante divagazioni. ”Andare a zonzo” non significa perdere tempo, significa invece appropriarsi in modo più forte di quanto ti circonda, essere sempre pronti a trovare motivi di interesse e a fare osservazioni, e saper cogliere l’inatteso.

Le occasioni non mancano mai. Mentre Alfio fa le sue prove fotografiche, trovo e immortalo questa bella tana di arvicola (o giù di lì): roba da manuale.

 

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La neve e l’acqua han gonfiato i boschi, e qualche pianta non ne è uscita indenne. Sono gli schianti, termine – ebbene sì – tecnico, del gergo dei forestali. Schianti: nello stesso tempo selezione imparziale nella massa vegetale e fonte di vita per tante specie, animali e non solo. Qualche albero, orcu diaul, cade dritto sul sentiero: un estemporaneo percorso a ostacoli mi fa scivolare, cavalletto e digitale nelle mani, sul ferretto fattosi palta.

 

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Non tutto il male viene per nuocere, la considerazione è del mio compagno di avventure: saranno tempi duri per i motocrossisti, altra genie che non amiamo.

Una poiana è ancora presente, offesa nella sua quotidiana attività da spari e cani. Le nuvole di fringuelli e peppole sono ancora in zona, si muovono secondo traiettorie ormai consuete. Come gli umani, anche gli animali sono spesso e volentieri costanti e abitudinari nel loro agire, aspetto che spesso aiuta gli osservatori.

 

Raggiungiamo l’ultimo punto di stazione; per arrivarci bisogna attraversare la Nava.

Il cavalletto del binocolo abbisogna di una resentada che elimini fanghiglia e aggregati. Il nostro finisce a bagno, un’immagine da lavandaie di qualche lustro fa.

 

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Nel frattempo, immortalo qualche impronta di roditore, nella spiaggia sulla riva del Torrente.

 

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All’ultimo punto, il dramma, piccolo se confrontato con tante sciagure dell’umana tragedia, ma fastidioso anziché no. La placca di raccordo che permette di agganciare la specola, per dirla con il Lario Lecchese, al treppiede non è più tra noi. Beh, agganciata alla buona in seguito a tormentate vicende, ha pensato bene di arricchire il paesaggio della Valle. Ripercorriamo l’ultimo tratto, senza successo veruno. A casa dovrei averne un’altra di scorta, spero: vedremo. Tripla scocciatura non poter usare per qualche tempo il cannocchiale.

 

Il ritorno ci fa scoprire un paio di resti di pasto: bucce di qualche bacca, come mostra la foto qui sotto, mangiata da un’arvicola. 

 

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A ulteriore conferma dell’identità del colpevole troviamo anche degli escrementi, tipicamente da piccolo roditore: dei cilindretti scuri. L’immagine che li ritrae è stata scattata successivamente, a casa, dopo averli fatti seccare, operazione che ha tolto ad alcuni un poco dell’aspetto originario.

 

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A pochi ghelli, un paio di borre parzialmente schiacciate fanno bella mostra di sé. Finiscono, ovvio, nella collezione del sottoscritto, insieme ai frammenti di gusci di cui sopra. Il termine “borra” indica una pallottola rigurgitata da molte specie di uccelli, in particolare rapaci ma non solo. La pallottola contiene le parti di cibo che l’animale non riesce a digerire. Gli uccelli non hanno denti e affini, di conseguenza ingurgitano tutto. Il cibo verrà triturato all’interno dell’apparato digerente. Ciò che non è digeribile sarà espulso e formerà la borra. All’interno di queste pallottole possiamo trovare di tutto: ossa, peli, piume, pezzi di scheletro di insetti…..

 

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Con buona probabilità, viste le dimensioni e l’aspetto untuoso, si tratta di tracce di allocco, tipico rapace notturno dei boschi.

 

Salutiamo la Valle della Nava. Alfio mi regala qualche gioiello: alcune penne di gallo forcello e una penna di astore, tutta roba di provenienza valtellinese. Porca vacca! Astore! Per fare contento un naturalista a volte bastano un paio di penne di quelle giuste. Ringrazio il bravo Alfio, anche per la compagnia.

 

A casa recupererò un placca di riserva per il cavalletto. “Tutto è bene….”.

 

Matteo Barattieri





#La biodiversità negli ambiti rurali

19 12 2007

La definizione universalmente riconosciuta di diversità biologica è quella utilizzata in occasione dell’Earth Summit di Rio de Janeiro nel 1992: «La variabilità degli organismi viventi di ogni origine, compresi, fra gli altri, gli ecosistemi terrestri, marini e gli altri ecosistemi acquatici ed i complessi ecologici dei quali fanno parte comprende la diversità nell’ambito di ciascuna specie, tra le specie, nell’ambito degli ecosistemi». Essa definisce quindi tre tipi di diversità biologica: la prima è detta diversità genetica, e rappresenta la variabilità tra gli individui di una popolazione, tra le popolazioni di una specie e le diversità all’interno della stessa specie; la seconda è la diversità di specie, che esprime il numero di specie presenti in un territorio: le specie attualmente identificate, nel mondo, sono circa 1,4 milioni, ma si stima ne esistano tra i 10 ed i 50 milioni; la terza ed ultima è la diversità ecosistemica, che è un complesso dinamico, costituito da un insieme di specie vegetali, animali e microbiologiche e dalla loro interazione con l’ambiente non vivente. Alla conferenza di Rio sono stati individuati, inoltre, altri due tipi di elementi che fanno parte del sistema biodiversità: la diversità culturale e quella del paesaggio. Questi nuovi elementi, intimamente collegati ai sistemi produttivi e all’organizzazione sociale, influenzano in modo determinante l’uso ed il consumo delle risorse naturali. Occorre, a tale proposito, sottolineare come fino alla fine degli anni ’50 l’incremento di produzione delle derrate alimentari sia stato possibile solo grazie allo sviluppo della Superficie Agricola Utilizzata (SAU), mentre l’aumento della produttività della singola coltura sia stato quasi impercettibile. Pertanto, dopo aver ottenuto la massima espansione delle superfici coltivate, si è proceduto ad un miglioramento significativo delle singole specie con la graduale creazione di un ecosistema agricolo semplificato e impoverito. I nuovi equilibri ecosistemici sono oggi in essere solo grazie ai continui interventi genetici, che hanno consentito alle diverse specie vegetali di adattarsi ai più vari sistemi di coltivazione. Si conoscono più di 250mila specie di piante superiori; di queste, 3mila sono utilizzate dall’uomo, 200 sono state addomesticate per uso alimentare ma solo 15-20 specie sono utilizzate a fini commerciali (il 75% è rappresentato da mais, grano e riso).


Il termine “biodiversità” deriva dal greco bios (vita) e dal latino diversitas (varietà, molteplicità) e significa letteralmente “diversità della vita”. La biodiversità è alla base dell’agricoltura (come specificato dalla conferenza di Rio del ’92) ed è costituita da due elementi, quello genetico e quello ecosistemico. Nel corso dei secoli, le specie vegetali ed animali hanno subito fenomeni di mutazione ed ibridazione sia per cause antropiche sia meramente naturali.
Le attività agricole hanno inoltre contribuito ad arricchire la biodiversità: in alcune zone si sono creati e mantenuti particolari ecosistemi e habitat, grazie alla presenza di un mosaico di campi coltivati e alla loro delimitazione con siepi e fossati, in cui hanno trovato rifugio e cibo talune specie di flora, fauna e microfauna. L’agricoltura dopo aver trasformato l’ecosistema originale in un ambiente seminaturale, ha garantito la sopravvivenza di specie endemiche minacciate d’estinzione.
L’agricoltura non intensiva contribuisce dunque a conservare specie, varietà o razze di piante ed animali, sia selvatici sia domestici, nonché ecosistemi spesso fragili, che se abbandonati andrebbero persi. Ma con la Rivoluzione verde, cominciata nella seconda metà del XX secolo, l’agricoltura si fece intensiva e mutò radicalmente il paesaggio. Il nuovo orientamento aveva come obiettivo l’autosufficienza alimentare e per raggiungerla, premeva per l’aumento delle produzioni delle singole colture attraverso l’utilizzo di metodi d’irrigazione più efficienti, l’uso massiccio di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi chimici e di macchinari, con una notevole conseguente riduzione della manodopera. L’applicazione di tale sistema produttivo determinò uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali, con l’abbandono dei terreni marginali (dove, per poter coltivare, si erano sviluppate tecniche di produzione che permettevano la coesistenza di più ecosistemi e, quindi, di un’ampia biodiversità) e l’irreversibile danneggiamento degli ecosistemi sviluppatisi ai margini delle colture. In Italia, nel secondo dopoguerra, con l’avvento della meccanizzazione e della Politica agricola comune, le dinamiche di modificazione dei territori rurali hanno assunto un ritmo ancora più rapido; queste hanno notevolmente inciso sull’impoverimento della biodiversità naturale, ancora presente nelle zone rurali, soprattutto a causa dell’intensificazione delle attività agricole nelle zone più vocate (grandi pianure alluvionali) e l’abbandono dell’agricoltura nelle zone più svantaggiate (zone montane e/o di media alta collina), come testimoniano i numerosi studi svolti sull’argomento. La perdita di biodiversità può recare all’uomo danni sia nel lungo che nel breve periodo; per questo è necessario incentivare nel tempo il processo d’identificazione e conservazione del maggior numero possibile di animali e piante non più utilizzati e minacciati da possibile estinzione.
Poiché ancora oggi più del 40 per cento dei terreni è agricolo, è sugli addetti al settore che ricade gran parte della responsabilità per la protezione della biodiversità. Attraverso l’adozione di idonee tecniche di coltivazione (agricoltura biologica e agricoltura a basso impatto ambientale) gli agricoltori possono mantenere il fragile equilibrio tra la propria terra e gli ecosistemi circostanti. Le politiche per la tutela della biodiversità L’esigenza di proteggere le risorse naturali sul piano istituzionale risale agli inizi del 1900, mentre le politiche di salvaguardia della biodiversità economica, biologica, politica, antropica e giuridica, sono più recenti.

 

Per poter riassumere le politiche messe in atto occorre operare una distinzione cronologica, suddividendo l’analisi in tre periodi storici. Prima degli anni Settanta il processo di forte industrializzazione determinò l’aumento progressivo dell’utilizzo di risorse naturali nei processi produttivi e spinse molti Paesi ad aderire a convenzioni internazionali (Convenzione sulla conservazione degli uccelli utili all’agricoltura, Parigi, 1902; Convenzione internazionale sulle aree protette, Londra, 1933; Convenzione internazionale per la protezione degli uccelli, Parigi, 1950, ecc.), con l’obiettivo di ridurre i fenomeni di inquinamento e sfruttamento delle risorse. Gran parte di queste convenzioni internazionali sono rivolte alla tutela della biodiversità a livello di specie, con particolare interesse alla fauna, e contraddistinte dalla volontà di conservazione museale di paesaggi incontaminati; vengono altresì ratificate convenzioni che, evitando il prelievo eccessivo di risorse rinnovabili, hanno come obiettivo principale la salvaguardia della biodiversità antropizzata. In tal senso va vista la regolamentazione della caccia alle balene, della pesca nel Mar Nero (Washington, 1946), della pesca di tonni nell’ Atlantico (Rio de Janeiro, 1966): si comincia così a parlare di conservazione in situ, con la realizzazione delle prime aree protette, pur senza ancora parlare di biodiversità a livello genetico. Con la conferenza di Stoccolma del 1972 inizia il passaggio graduale al periodo più fruttuoso per le iniziative sulla biodiversità. La conferenza sancisce 26 principi per promuovere lo sviluppo sostenibile e salvaguardare la biodiversità nei processi di pianificazione dello sviluppo economico. Si concentrano in questo periodo il maggior numero di convenzioni a carattere globale sulla tutela della biodiversità, promosse dall’ONU: tra queste, la Convenzione sulle zone umide di importanza internazionale, che interessa 80 Paesi, tra cui l’Unione europea per la prima volta presente come parte firmataria. A partire dal 1972, per un decennio, si sottoscrivono convenzioni
sulle singole specie e sui loro habitat e si cerca di tutelare il patrimonio culturale e naturale, frenando l’intervento distruttivo dell’uomo, e riconoscendo così la necessità di trasmetterlo alle generazioni future. Negli anni Ottanta la questione ambiente diventa un’emergenza percepita da gran parte della popolazione mondiale: nel 1980 IUNC, UNEP, WWF, FAO e UNESCO preparano la World Conservation Strategy, con lo scopo di chiarire l’importanza della conservazione delle risorse viventi per la sopravvivenza dell’umanità e per lo sviluppo sostenibile. Viene infatti descritto il modello sostenibile come «mantenimento dei processi ecologici essenziali per la produzione di alimenti; salvaguardia della diversità genetica nel mondo animale e vegetale; sviluppo degli ecosistemi». Nel 1987 il rapporto Our Common Future, della commissione Brundtland, sottolinea l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo socio-economico in forte contrasto con le evoluzioni in atto nella biosfera. L’ambiente è indicato come fattore di sviluppo senza frontiere: non può essere protetto in un punto e degradato altrove: per questo tutti i Paesi, sia del nord che del sud del mondo, devono tutelarlo.
I principi enunciati dal rapporto della commissione Brundtland introducono la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992; essa rappresenta la pietra miliare nel panorama mondiale della ricerca sullo sviluppo sostenibile e sulla tutela della biodiversità. Nonostante l’esiguità dei risultati, la conferenza definisce, a livello di diritto internazionale ambientale, i principi di equità intergenerazionale e di sviluppo sostenibile. La conferenza redige poi tre documenti non vincolanti e due trattati internazionali: fra questi è necessario ricordare Agenda 21, attraverso la quale vengono espresse le priorità ambientali del ventunesimo secolo. Agenda 21 definisce, in maniera non vincolante, i parametri di cooperazione internazionale, per lo sviluppo sostenibile nei Paesi emergenti, l’integrazione di ambiente e sviluppo nei processi decisionali, la conservazione e la gestione delle risorse per lo sviluppo, la lotta alla deforestazione e alla desertificazione, e infine uno sviluppo agricolo sostenibile.

 

Esistono poi invece convenzioni inderogabili come quella sul Cambiamento climatico e quella sulle Diversità Biologiche (CBD). La CBD riconosce i livelli di biodiversità all’interno della specie, tra le specie e negli ecosistemi; la convenzione inoltre estende il concetto di conservazione della diversità biologica anche agli aspetti culturali della vita. La CBD ribadisce i principi internazionali della biodiversità: il principio della prevenzione, della precauzione, della complementarietà e della responsabilità comune. La Convenzione inoltre identifica la diversità biologica come un diritto/dovere di tutti e comune a tutti; per raggiungerla è necessaria una forte cooperazione a livello internazionale.
La CBD pone in rilievo anche gli aspetti che riguardano l’importanza economica della diversità genetica, manifestando l’esigenza di elaborare un protocollo che riguardi la sicurezza biologica e le sue modalità di applicazione. Nel 1999 per sopperire a questa mancanza viene attivato il Protocollo di Cartagena, che regola il commercio degli organismi geneticamente modificati e avverte dei possibili rischi legati alla loro introduzione. Inoltre, questo protocollo cerca di stabilire le regole di trattamento, trasferimento e uso degli OGM, per evitare che questi possano modificare ed interagire con la conservazione e l’uso sostenibile delle biodiversità. Nel 2002 a Johannesburg, dopo dieci anni dalla Conferenza di Rio, si è svolto un summit allo scopo di verificare il grado di attuazione degli impegni presi in campo ambientale stabiliti da Agenda 21 e individuare le cause che hanno ostacolato la piena attuazione degli accordi relativi alla Convenzione sulle Biodiversità. Anche l’Unione europea nel 1993 ratifica la CBD mantenendo però anche la propria legislazione e i programmi di azione per l’ambiente. Nel 1998 la Commissione europea adotta una Strategia comunitaria per la biodiversità, allo scopo di capire, e prevenire, le cause della riduzione e della perdita di diversità biologica in atto in Europa.
Lo strumento utilizzato è il Piano di azione per la biodiversità (PAB) composto da quattro linee di intervento principali: la prima viene chiamata PAB-Agricoltura e individua tre obiettivi specifici: la tutela delle risorse genetiche, la conservazione e l’uso sostenibile degli ecosistemi agricoli, l’impatto delle politiche commerciali sulla produzione agricola e l’impiego del suolo; la seconda è detta PAB-Conservazione e si rivolge alle specie selvatiche sia animali che vegetali, e agli ecosistemi da essi abitati. Inoltre PAB-Conservazione si occupa anche di sostenere la biodiversità delle risorse genetiche e della conservazione ex situ mediante la creazione di zoo e giardini botanici; per ultimo questa PAB rafforza strumenti normativi già esistenti (Direttiva Uccelli, Habitat, direttiva quadro sulle acque, zone costiere, la VIA, ecc.); la terza viene denominata PAB-Pesca e ha lo scopo di ricostruire la biodiversità messa a rischio dalla pesca indiscriminata e dall’acquacoltura. L’ultima PAB è detta PAB-Cooperazione e si occupa della regolamentazione e della creazione di strategie a favore della biodiversità nei Paesi in via di sviluppo.
I piani di azione appena nominati sono tutti molto importanti, ma un ruolo di primo piano ha il PAB-Agricoltura; esso prevede due tipologie di interventi, quelli diretti, che contribuiscono a proteggere e promuovere alcuni fattori della biodiversità, utilizzando norme che definiscono le modalità di sfruttamento delle risorse naturali, hanno effetti sulla biodiversità e adottano interventi di tipo economico-finanziario stimolando azioni di protezione e promozione dell’ambiente e prevenendo possibili disguidi.

 

Nell’ambito delle politiche d’intervento diretto si rammentano diversi regolamenti e direttive:

• Direttiva sulla valutazione di impatto ambientale (5/337/CEE e 97/11CE)
• Regolamento per la protezione delle foreste (3528/86 e3529786 CEE)
• Direttive relative alla protezione della risorsa acqua (86/278/CEE 91/676/CEE 2000/60 CE)
• Direttiva sulla conservazione degli habitat naturali, della fauna e della flora selvatica (92/43/CEE 1992)
• Regolamento CEE 1973/92 Strumenti finanziari per l’ambiente (LIFE).

 

Per quel che riguarda poi le politiche indirette o agroambientali ricordiamo:

• Direttiva Catalogo comune delle sementi e armonizzazione delle liste nazionali (70/457/CEE)
• Direttiva sull’Agricoltura di montagna e le zone svantaggiate (75/268/CEE)
• Regolamento sul Set-aside volontario e obbligatorio (1094/88 CEE)
• Regolamento per l’Agricoltura biologica e prodotti biologici (2092/91, 2200/96 CEE)
• Regolamento per le Misure forestali (2080/92 CEE)
• Regolamento per la Conservazione delle risorse genetiche (1467/94 CEE)
• Direttiva sull’Uso controllato di micro OGM e rilascio nell’ambiente (90/219 CEE, 90/220 CEE), patentabilità degli OGM (98/44/CEE), etichettatura per i prodotti OGM (1139/98 CE)
• Regolamento requisiti di protezione ambientale (1259/99 CE), ecc.

 

Tra gli interventi di tipo indiretto, occorre fare riferimento alla Politica agricola comunitaria (PAC). In politica, la riforma della PAC attuata tramite Agenda 2000, focalizza l’attenzione sulle problematiche ambientali direttamente collegate alla tutela della diversità biologica. Gli strumenti utilizzati dalla PAC per raggiungere gli obiettivi delle PAB sono il Regolamento orizzontale n. 1259/99 (obbligo di rispettare determinati requisiti ambientali), le misure agroambientali nell’ambito dello sviluppo rurale, le misure per lo sviluppo rurale e il regolamento sulle risorse genetiche in agricoltura. Con la legge n. 124 del febbraio 1994, l’Italia ha ratificato la Convenzione sulle Biodiversità impegnandosi ad elaborare piani e programmi per la conservazione della diversità biologica e per un uso sostenibile delle risorse naturali; per uso sostenibile si intende l’impiego, secondo modalità e ritmi diversi, delle risorse garantendone una conservazione a lungo termine.
Le linee guida elaborate recentemente dal ministero dell’Ambiente, hanno lo scopo di indirizzare l’uso corretto delle risorse e degli strumenti messi a disposizione da altri programmi di tutela ambientale (es. programma triennale per la tutela dell’ambiente, programma triennale per le aree protette).

 

Le azioni previste si articolano in nove aree di lavoro per ognuna delle quali sono stati individuati degli obiettivi specifici:

1. Conoscenza del patrimonio italiano di diversità biologica;
2. Monitoraggio sullo stato della biodiversità;
3. Educazione e sensibilizzazione;
4. Conservazione in situ;
5. Promozione delle attività sostenibili;
6. Contenimento dei fattori di rischio;
7. Conservazione ex situ;
8. Biotecnologie e sicurezza;
9. Cooperazione internazionale ed ecodiplomazia.

 

Per concretizzare le azioni elaborate nelle diverse aree di lavoro è stato previsto l’uso di fondi stanziati dalle Amministrazioni direttamente interessate e l’uso di fondi comunitari per i programmi più specifici. Un documento di riferimento essenziale, a questo proposito, è il Rapporto nazionale sullo stato di attuazione della Convenzione sulla diversità biologica che descrive, sulla base delle linee strategiche del l994, le azioni intraprese e le azioni previste per il futuro. L’Accademia nazionale delle scienze elabora, poi, il Piano nazionale per la biodiversità che ripercorre le aree di lavoro del Rapporto nazionale proponendosi di rafforzarne le conoscenze, monitorando le informazioni sullo stato della biodiversità, dando nuovo impulso alla ricerca di base ed applicata, promuovendo l’educazione e la sensibilità alla biodiversità, sostenendo le iniziative per la conservazione in situ ed ex situ, promuovendo le attività per lo sviluppo sostenibile, economico, ambientale e sociale tenendo conto delle peculiarità delle componenti locali e tradizionali, sperimentando nuove forme di riconversione agricola, incoraggiando la selvicoltura naturalistica (Reg. 2080/92), sostenendo il turismo ecocompatibile anche al di fuori delle aree protette e rendendo operative le normative atte a prevenire catastrofi ambientali.

 

L’agricoltura è in grado di modificare profondamente la diversità biologica di un ecosistema; ciò non implica che il degrado della biodiversità sia causato esclusivamente dal mondo agricolo, ma sicuramente, una maggior attenzione ai sistemi di coltivazione ed allevamento potrebbe determinare il rinnovamento di ecosistemi distrutti o già fortemente danneggiati. In Italia il rischio ambientale che riguarda la riduzione della biodiversità è molto alto; il territorio, infatti, presenta la più elevata varietà di specie animali e vegetali nell’ambito dell’area mediterranea. Questo privilegio è dato dalla favorevole posizione geografica, che ne determina la forte varietà climatica e il ricco patrimonio di organismi animali e vegetali in grado di adattarsi alle diverse latitudini del territorio peninsulare.
Le strategie e gli obiettivi da perseguire per poter salvaguardare questo grande patrimonio sono molteplici e interconnesse tra di loro; la conservazione in situ attraverso la protezione di ampi tratti di territorio è uno dei metodi per salvaguardare la biodiversità, come anche la conservazione ex situ del germoplasma di specie agrarie non più utilizzate o a rischio estinzione, la creazione di una banca dati sempre aggiornata e il monitoraggio continuo delle variazioni della biodiversità. La conservazione in situ dell’area italiana è possibile soprattutto nelle zone che prediligono ancora un’agricoltura di tipo tradizionale; queste, infatti, sono spesso collocate all’interno di zone protette, così da garantire la continuità nell’uso del suolo, una gestione dell’agroecosistema in relazione alla biodiversità in esso presente e un accesso più agevole ai regimi di sostegno alla produzione. Preservare le risorse naturali di un determinato ambiente, non modifica il processo di evoluzione della diversità biologica. Questo tipo di tutela, infatti, rappresenta la principale strategia per la conservazione e il ripristino delle diversità. Anche la salvaguardia e la promozione dei prodotti di qualità o dei prodotti tipici, rientra nella strategia della conservazione in situ della biodiversità e della conservazione ex situ. Per conservazione ex situ si intende la conservazione delle componenti della diversità biologica al di fuori del loro ambiente naturale. Tale sistema di conservazione viene usato come strumento per contenere la massiccia perdita di specie agricole cominciata a partire dagli anni Cinquanta. Sono attive almeno 15 istituzioni che conservano oltre 69mila accessioni di specie coltivate e selvatiche. Per le specie erbacee è ampiamente praticata la conservazione dei semi, mentre per le specie da frutto è utilizzata la tecnica di conservazione in campi da collezione. Per gli animali di interesse zootecnico, invece, le tecniche di conservazione ex situ fanno riferimento alla crioconservazione del materiale genetico.
Tuttavia, è stato stimato che per molti organismi le dimensioni delle collezioni non rappresentano la variabilità esistente in natura. Pertanto l’obiettivo è quello di proseguire l’attività di creazione di “banche di germoplasma” per assicurare la disponibilità nel tempo di materiale genetico e contemporaneamente di ridurre il rischio estinzione. Va da sé che la caratterizzazione dei materiali genetici è strumento indispensabile per rendere più agevole l’uso dei programmi di sostenibilità nei diversi settori di interesse agrario, forestale, zootecnico, microbico, patologico, farmacologico, agroindustriale e ambientale. L’attività di conservazione delle risorse genetiche è affidata al ministero delle Politiche agricole e forestali (D.M. 5 marzo 2001) che sta cercando di creare una rete di monitoraggio per la biodiversità e di acquisire un buon livello di conoscenza sulla biodiversità, attraverso il costante ricorso a dati concreti ed informazioni aggiornate (APAT natura e biodiversità). La tutela della biodiversità non è fine a se stessa ma deve essere considerata come parte essenziale delle strategie per la conservazione della natura e per il miglioramento della qualità ambientale. Nell’insieme degli impegni internazionali che l’Italia è chiamata a rispettare (Ramsar 1971, Bonn 1979, Berna 1979, Rio 1992, Cartagena1999; a livello europeo, la Direttiva Habitat 1992, il progetto Rete Natura, la strategia comunitaria per la diversità biologica, come anche nelle “linee strategiche” nazionali per l’attuazione della Convenzione di Rio 1994) la tutela della biodiversità fa parte di un complesso articolato di azioni da sviluppare. Monitorare infatti non significa solo arricchire ed aggiornare continuamente la variabilità dei cambiamenti spaziali e temporali che interessano la biodiversità, ma anche orientare i programmi d’azione verso un forte rinnovamento ambientale. È importante ricordare, a tale proposito, come non sia stato ancora messo a punto un metodo affidabile per la valutazione quantitativa della biodiversità. La gestione sostenibile del patrimonio biodiversità su scala nazionale deve essere necessariamente fondata su una base informativa informatizzata alimentata da dati sempre aggiornati, significativi e rappresentativi della forte variabilità ambientale che caratterizza l’Italia.

 

Fonti principali:
sito del Corpo Forestale dello Stato
sito della FAO
“Biodiversità, estinzione e conservazione”, Massa e Ingegnoli per UTET