#Maggio – giugno 2009 Panigada, farfalle e un nido nascosto

7 06 2009

24 maggio 2009. Avevo marcato visita nella precedente occasione: impegni mi avevano tenuto lontano dalla Nava. Aveva pensato Alfio a coprire il turno di censimento, con la consueta bravura. La raccolta di dati non subisce così nessuna interruzione, per la gioia della prof. Farina, anche oggi peraltro assente.

Lungo il primo tratto di sentiero che ci porta giù alla Valle, scopriamo la curiosa presenza di alberi di faggio. Si tratta, va da sé, di roba messa in posto da mani di giardinieri, non certo di piante spontanee. Nelle foto sono ritratte le foglie.

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Dopo un mese di assenza, la Valle ha preso un volto nuovo. La vegetazione è nel pieno della sua attività. In più punti il sentiero è ammantato di verde. Tipiche immagini dell’estate ormai incipiente.

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La panigada (i fiori del sambuco, per i non-autoctoni) e l’aria ferma rimandano a atmosfere dell’infanzia.

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A quegli istanti immediatamente a ridosso della fine della scuola, carichi di promesse. A quell’ozio fatto di suoni – le campane vicine, che d’estate sembravano essere più udibili rispetto al resto dell’anno, o il canto del merlo –, di scoperte sulla riva di un torrente o al margine di un bosco. A quel senso di libertà, tra Mark Twain e Astrid Lindgren.

La cronaca delle osservazioni è alquanto scarna. Non ci sono particolari sussulti. Se il reparto ornitologico langue, ci pensa il settore entomologia a fornire materiale. Come l’intera, o quasi, area padana, dal Vercellese fino a Trieste, anche la Nava è investita dalla migrazione della Vanessa del Cardo (Vanessa cardui). Le foto non sono delle migliori, è quanto di meglio (o di peggio) può offrire il sottoscritto.

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Alcuni esperti spiegano che una migrazione di così grande portata non si vedeva da decenni. Dopo essere nate in Nord Africa, le farfalle prendono la via dell’Europa. Qualcuno ha provato a fare una stima. Il numero degli esemplari che sono passati è da vertigini: si arriva a diversi milioni al giorno. Nel corso della settimana appena trascorsa il fenomeno si è a poco a poco attenuato.

Il fenomeno non sorprenda. La natura sa il fatto suo, come dice Barry Commoner nel suo “Il cerchio da chiudere”, libro-manifesto dell’ambientalismo. Riprodursi in Africa per poi portarsi in Europa permette di utilizzare due diverse aree dove procurarsi il cibo, senza intasare un solo spazio.

 Alla Colombina, una sorpresa: il canto di una tortora selvatica, specie alquanto pregiata. Non per altro: risulta in calo generale.

Il 7 giugno 2009 ci ritroviamo. Qualche nube di troppo suscita un pizzico di brivido. Le condizioni meteo rimangono alla fine stabili e permettono di operare al meglio. Al solito, poche novità da segnare sul quaderno di campo. I cantori – ovvero gli uccelli in canto – sono al loro posto, il solito. In sede di elaborazione dati sarà una passeggiata, o quasi, definire in modo abbastanza precisa consistenza (leggi numero di individui) e localizzazione dei vari nidificanti.

Alla Colombina è ancora presente la tortora selvatica.

Una classica spiumata ci accoglie nella prima parte dell’uscita. È con buona probabilità di una cinciallegra giovane. Come si nota dalla foto, le penne sono ancora in parte chiuse nell’astuccio. Nelle prime fasi della loro vita, gli uccelli hanno le penne chiuse in un tubicino, che a poco a poco si apre e si rompe per farle uscire.

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Le farfalle sono ancora presenti in grande numero. Alfio, andando a memoria, non ricorda situazioni simili nel passato. La migrazione è ancora in pieno svolgimento? La prof Farina ci illumini. Per lei anche queste due foto: ritraggono due coleotteri, che attribuirei alla famiglia dei cerambicidi. Attendiamo lumi dalla nostra entomologa.

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Il censimento per oggi è finito. Possiamo dedicare del tempo al nido di poiana da noi scoperto a Casatenovo qualche tempo fa. Inutile aspettarsi che vi diciamo dove è ubicato; nemmeno sotto tortura… Unico particolare curioso: si trova in una zona non propriamente defilata. A pochi ghelli corre un sentiero, campi coltivati sono localizzati appena fuori dal bosco. Utilizzando il sentiero – se non ci fosse, non oseremmo certo avvicinarci, come vogliono etica e buon senso –, ci portiamo in zona. Se Alfio spera nella foto, al sottoscritto, tra scienza e feticismo, interessa trovare qualche traccia dei rapaci: borre, resti di pasto, penne. Sul terreno e sulle foglie degli arbusti delle schiazzate biancastre: “deiezioni”, come le definisce l’Alfio con un tocco scientifico e una punta di stile. Nei rapaci, gli escrementi sono tipicamente liquidi. Se ci trovassimo sotto il nido nei momenti cruciali verremmo investiti da docce di urea e altre sostanze di rifiuto. Le raccolgo per la collezione.

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Per dirla tutta, non si tratta di un vero e proprio ripiego in mancanza di meglio. Fatte di poiana mica si trovano tutti i giorni. Purtroppo c’è solo quello; anche attente perlustrazioni non danno risultati migliori.

Un grazie a Paul Tout e a Giacomo Assandri della lista EBN – Italia per le preziosi informazioni sulle Vanesse del Cardo.

Matteo Barattieri





#Febbraio 2009 – 1 marzo 2009 Dall’inverno alla primavera

1 03 2009

Ci sono tanti modi per marcare il passaggio delle stagioni. C’è chi poeticamente ne cerca i segnali nelle luci che accompagnano le giornate. Altri, in modo più canonico, guardano tra le fronde degli alberi, per avvertire la presenza di gemme e affini, oppure puntano lo sguardo verso il terreno, individuando i primi fiori che sbocciano mentre sulle piante non sono ancora arrivate le foglie. Per il sottoscritto lo stacco netto tra le due parti dell’anno è rappresentato dal primo canto di fringuello, che puntuale cade, nelle nostre lande, a metà febbraio.

 

L’1 febbraio 2009 è ancora inverno tuttavia: alla Nava ci accoglie una nevicata. Mica ci blocchiamo per così poco io e l’Alfio Sala. La Valle non appare assonnata, né il paesaggio è ovattato come vorrebbero triti stereotipi. Mancano presenze umane, ma gli ospiti abituali sono tra noi. Non tutti, però, ipotizza Alfio: la gran parte dei fringillidi – e, more solito, i passeri – si sarebbero spostati in cima alle pendici della Valle, in cerca di luoghi più confortevoli e più ricchi di cibo, leggi giardini e cortili. Scopriremo in realtà che fringuelli e peppole sono ancora fedeli alla Nava, li troveremo concentrati nei settori meridionali. Picchi, merli, pettirossi, scriccioli: l’appello è più o meno completo.

 

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 I fiocchi di neve cominciano a tingere il suolo e ci permettono di riconoscere molto bene le tane dei roditori. Ne contiamo diverse, specie nella metà settentrionale della Valle.

 

 

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Le temperature meno rigide dei giorni precedenti hanno favorito l’attività delle arvicole e dei loro parenti più stretti. Non solo. Lungo il sentiero è tutto un fiorire di trame innevate: i fiocchi svelano una lunga teoria di ragnatele, altrimenti quasi invisibili. Anche azzardare un conteggio sarebbe inutile: sono tantissime, e dappertutto. Freno immediatamente qualsiasi velleità da fotografo. Alfio mastica più di me – ci vuol poco –, nel settore; purtroppo non si è munito dell’attrezzatura adeguata. Conserveremo però queste immagini nella memoria. Ma quanti sono i ragni della Nava? Ecco un ambito su cui indagare, a trovare un entomologo ragnista… Non sono molti gli specialisti esperti di questi animali: aracnofobia diffusa? Ai posteri…. Il problema è che non ci si può improvvisare. Provate a consultare un manuale di riconoscimento. Vi accorgerete di quanto è complesso distinguere le varie specie: occorre osservare non pochi dettagli. In attesa di trovare personaggi adeguati al compito (e desiderosi di darci una mano), continuiamo con il censimento di oggi. Individuiamo un gheppio: il piccolo falco non è specie propriamente boschiva, ma gli spazi aperti nel fondovalle possono favorirne la presenza, soprattutto d’inverno, quando il granturco non ha ancora preso il sopravvento su (quasi) l’intero soprassuolo. Senza dubbio per il gheppio non mancano le risorse alimentari, ovvero i piccoli roditori (vedi sopra): qui sotto altre tane.

 

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Non c’è proprio nessuno qui alla Nava, oggi. Come diceva il buon Felipe (è un soprannome), compagno di tante partite a pallone al Parco di Monza e oggi ritiratosi (almeno così sembra) dallo sport attivo, in questi casi “…o siamo scemi noi o sono scemi loro…”. La frase risale ad un pomeriggio al Parco in cui ci trovammo – orca vacca, si parla di decenni fa… – in due sui prati e improvvisammo un allenamento sotto una pioggia battente: nessuno degli altri frequentatori abituali aveva sfidato le avversità meteo.

 

Nei punti più freddi la neve era rimasta sul terreno. L’effetto cromatico non è male, più affascinante è schiacciare questa mistura neve vecchia-nuova, sembra di calpestare dello zucchero.

 

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Beh, a dire il vero siamo nell’ambito dei classici divertimenti da bagaitt, per dirla più precisamente.

 

Venendo a cose più scientifiche, qualcuno potrebbe chiedersi se le condizioni avverse possano pregiudicare la riuscita del lavoro di campo. Beh, in effetti, ideale sarebbe avere situazioni più favorevoli. Ma tant’è: dobbiamo arrangiarci con quanto passa il convento. Confrontando i dati raccolti fin qui con quelli di oggi, non notiamo differenze significative. Potremmo essere in qualche modo condizionati e quindi inclini a censire le stesse cose? Potremmo, potremmo…. Il fatto però di essere in due permette i controllarsi a vicenda. E l’Alfio è sempre senza binocolo….. Un grande…

 

Il binocolo non serve per individuare questa spiumata. È quello che rimane di una tortora dal collare.

 

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Il colpevole? Un allocco, molto probabilmente.

 

Ogni volta notiamo dettagli nuovi. Questa condotta raccoglie acqua: da dove?

 

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Individuiamo anche dei cunicoli: potrebbero essere spunti per nuove osservazioni, o per l’uscita aperta al pubblico del 15 febbraio. Vedaremm…

 

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Il 15 febbraio 2009 ci raggiunge Rosella Caccia da Ornago. È una mia vecchia conoscenza, recuperata in tempi recenti e in circostanze inattese. Rosella è una naturalista: tesi su rettili e compagna cantante, se non ricordo male. In buona sostanza, prende il posto di una Laura Farina ormai latitante cronica. Ha scelto bene la fanciulla, Rosella minga Laura: c’è un bel sole in quel di Casatenovo oggi.

Salendo in bici, a Villasanta mi accoglie il primo canto di fringuello di quest’anno: l’emissione sonora, per usare vocabolario da tecnici del settore, è già ben definita. Anche al punto di ritrovo sentiamo un fringuello in canto. Brilla il sole, ma le temperature sono basse. Solo qualche accenno di brina su prati e campi: l’aria è secca.

 

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Mentre l’Alfio tenta di scattare qualche foto, la nostra ospite prova a impratichirsi su riconoscimento e osservazione di volatili.

 

 

 

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 Cerchiamo di darle una mano, per quanto la concentrazione sul censimento ci permette. “Si arrangi un poco” – vien da dire – “del resto, abbiam cominciato tutti così, seguendo altri più dirozzati e carpendo informazioni e segreti….” Alfio, più gentile, abbozza brevi lezioni qua e là, il sottoscritto cerca invece di non perdere nessuna informazione utile al nostro operato.

 

Cosa ci fanno degli aironi qui? Ne troviamo 3 in zona Colombina. Apriamo l’ennesima divagazione. Adoro divagare: i quatar gatt che leggono queste righe spero apprezzino. L’airone cenerino ha nel settore padano una delle aree a più alta concentrazione nell’intera Europa. Motivo: le risaie e gli altri ambienti affini, che forniscono cibo in quantità. Dai settori di pianura la specie si sta espandendo. Da qualche anno si riproduce in area lariana. In Valsassina è presente una garzaia, ovvero un condominio di nidi. Non stupisce che nel loro vagare si vadano a posare anche sui prati della Valle della Nava. Qui magari possono trovare insetti o altro di cui cibarsi.

È verso gli aironi che Alfio punta il suo obbiettivo.

 

Un mistero risolto. È il caso di fare qualche passo indietro. Sin dalla prima uscita ci ha colpito un curioso dettaglio.

 

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La foto (datata 20 dicembre 2008) mostra una sorta di quadrilatero: ne compongono il perimetro aceri e carpini. Chi diavolo li ha piantati qui in quel modo? “Ha quasi l’aspetto di un roccolo sui generis”, ci troviamo a commentare in due. È, va da sé, mera ipotesi. Il mistero non verrà mai risolto fino a oggi.

Il 18 gennaio 2009 metà delle piante risultava abbattuta (vedi qui sotto).

 

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Oggi, giunti sul posto, troviamo che qualcuno ha fatto strame delle restanti, e malcapitate, piante. Parole e musica di motoseghe e accette.

 

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Un po’ dispiace: ero affezionato a questo angolo di Nava. Un personaggio del luogo è incuriosito dalle nostre ottiche. Mi defilo all’inglese. Intuisco già il tipo: un ‘tacabuttun che è meglio stare alla larga. Misantropia? Nossignori: l’esigenza di concentrarsi sull’attività. E poi… e poi proprio adesso che un canto strano fende l’aria. L’Alfio, più accomodante, scambia quattro chiacchiere con l’improvvisato interlocutore.

Chi diavolo è che canta così? È del gruppo dei luì? Parrebbe, in un primo momento. Una serie di ragionamenti ci portano alle cinciallegre. Questa specie ha una varietà impressionante di emissioni canore. Dice: “come fai a essere sicuro?”. Beh, da un lato ci si basa su tonalità e volume, e sulla presenza di qualche nota attribuibile alla specie, dall’altro lato si usano intuito e buon senso. Magari le prossime volte indagheremo più a fondo. Se si tratta di una variazione individuale – leggi un soggetto, anzi sono in due, che canta in modo anomalo –, non è improbabile che ripeta le sue esibizioni sulla stessa falsariga.

Oggi le condizioni sono un poco spiazzanti per i censitori. Siamo in un momento di passaggio dall’inverno alla primavera/estate. Cominciano i primi (tentativi di) canti: occorre che l’orecchio si abitui. All’inizio non è facile, anzi risulta quasi fastidioso riadattarsi a condizioni che si ripetono, in realtà, ogni anno.

 

 

E le architetture, disemm inscì, vegetali? Eh, l’autoctono di cui sopra ha raccontato ad Alfio che sono state opera di un florovivaista casatese. Pensava di poter poi rivendere le piante. Divenute ormai invendibili, han subito sorte empia e ria. 

 

Qualcuno, sicuramente, vorrebbe qualche avvisaglia di primavera più canonica e meglio individuabile. Insomma qualcosa che non sia l’evanescente canto del fringuello, ostico per chi non mastica del settore. Eccovi accontentati: primule e campanellini.

 

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I campanellini piacciono molto ad Alfio, che non manca mai di citarli nel corso delle nostre uscite. Ci si aspetterebbe che il nostro dia motore a otturatore e obbiettivo. Fotografi, gente strana: le condizioni non sono ancora ottimali per mettere in saccoccia qualche istantanea. A me interessa il documento, ergo…..

 

 

 

Di mistero in mistero. In alcuni punti troviamo strani resti: dei peli bianchi. La foto mostra una particolare concentrazione. Coniglio selvatico? Mah….

 

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Più facile è decifrare questi escrementi, che attribuiamo alla volpe.

 

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Un’altra spiumata, ancora un tortora dal collare nella parte della vittima.

 

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Salutiamo la nostra ospite di oggi, che aspettiamo per altre puntate. E i fringuelli? Curioso: per tutta la mattina non han mai cantato in Valle.

 

Finisce qui? No, c’è anche il pomeriggio, per l’uscita organizzata dal gruppo. Alfio mi ospita – ancora grazie – a casa sua, nell’attesa dell’escursione.

Ci sarà qualcuno? Le nostre previsioni parlano di 2-3 persone. Non è solo un’applicazione estemporanea, e sui generis, della danese Janteloven (legge di Jante). Si tratta di regole (teorizzate da un conterraneo di Andersen e dei fratelli Laudrup), che fanno dello scetticismo freddo e senza particolare attese uno dei punti fermi su cui il popolo nordico baserebbe la propria esistenza. Non siamo soltanto dalle parti del più ruspante e italiota, e trapattoniano, “non dir gatto…”. In realtà sotto sotto speriamo non ci sia nessuno per poter effettuare con calma adeguata alla bisogna il conteggio dei nidi di corvidi.

 

Mai dubitare dell’abilità, quasi pervasiva, di Alfio (Sironi) e accoliti nel raccogliere adesioni. Alla Colombina troviamo decine e decine di persone.

All’opera, quindi.

Non pochi ottimisti han portato il binocolo. Cerco di freddarne velleità da birdwatcher. La Nava non offre in realtà moltissimo. La monotonia del paesaggio è la principale imputata. Mica demordono i convenuti. Fortuna vuole che subito all’inizio facciano la loro comparsa una poiana e, successivamente, uno degli aironi di questa mattina. Tanto basta per vivacizzare il pomeriggio, e rendere contenti i nostri momentanei adepti. Punto il cannocchiale, a beneficio del pubblico, verso le peppole. Non per tutti è però facile individuarne i caratteri.

Su un prato troviamo altri resti, qui fotografati.

 

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Coniglio? Il cadavere è rivoltato come un guanto. A far questi mestieri è in genere la poiana. Mah…

 

Per la gioia di Alfio il capo, Sironi per l’anagrafe, l’uscita riesce. I partecipanti ci salutano soddisfatti.

 

 

 

1 marzo 2009. Rieccoci alla Nava: Rosella non si è fatta viva, la prof – Laura Farina, sempre per l’anagrafe – è per l’ennesima fiata assente. Giustificata, pare, da motivi di salute.

 

Cielo coperto, oggi. Sentiremo il canto dei fringuelli? Veniamo, io e l’Alfio, accontentati immediatamente. Non sono gli unici che udiamo oggi. “Chi è che riesce a contare i pettirossi qui?”, esclama Alfio alle prime battute.

 

 

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Il censimento assume caratteri classici da MITO. È quest’ultimo il Monitoraggio ITaliano Ornitologico, un progetto, ideato e coordinato dai miei compari di Fauna Viva, che ha l’obbiettivo di lavorare soprattutto sulle specie più comuni. Le uscite sono concentrate nel periodo riproduttivo, il riconoscimento avviene quindi fondamentalmente al canto.

 

Chiusa l’ennesima divagazione, sottolineerei, appunto, l’intensa attività canora di oggi: scriccioli, pettirossi, fringuelli, cince varie, verdone (pochi..), merlo.

E le peppole? Ormai dovrebbero aver abbandonato le lande casatesi per il nord. Un paio di richiami ci dicono che qualcuna è ancora qui.

 

Lavori nei boschi: la stagione per il taglio degli alberi vive le ultime settimane. All’opera sono, nella foto, i ragazzi dell’Operazione Mato Grosso, sempre attivi nel campo del volontariato. Il ricavato del loro lavoro di oggi andrà a sostenere progetti in America Latina.

 

 

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Poco attivo oggi è il picchio muratore, qui vediamo un esemplare in una foto di Edoardo Viganò.

 

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Il suo richiamo si ode solo in una occasione.

 

Gli allocchi, o chi per loro, han pasteggiato mica poco. Troviamo un paio di spiumate.

 

 

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Le vittime sono, ahiloro, dei piccioni. I punti in cui si rinvengono queste tracce sono sempre più o meno gli stessi. Possiamo ipotizzare la presenza di un paio di territori di allocco: notizie che verranno utili per future uscite notturne.

 

C’è ancora un poco di ghiaccio.

 

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Le peppole, scopriamo, non han lasciato la Nava in massa. Tutt’altro: 70-80 esemplari sono posati sugli alberi, nel settore meridionale della Valle.

 

Salutiamo i ragazzi del Mato Grosso, mentre la pioggia comincia a cadere più forte. Alla prossima, Valle Nava.

 

Matteo Barattieri

 





#18 gennaio 2009 Nella neve, nella pioggia, nel (quasi) deserto

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Non inizia nel migliore dei modi: piove, porca sidela. E mica debolmente. Rapido consulto con Alfio (Sala). Un censimento ornitologico richiederebbe condizioni di tempo il più possibile favorevoli. La pioggia non è il massimo; il pensiero va subito a, in ordine sparso, quaderno di campo bagnato, ottiche inumidite e magari danneggiate, ma soprattutto alla difficile visibilità. Alla fine decidiamo di uscire lo stesso, sperando in una sorte un poco più propizia.

 

La pioggia diviene meno battente, mentre sul terreno c’è ancora molta neve.

 

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Il manto è ancora bello compatto: vita grama per i pennuti. Molti si sono spostati più sopra, verso giardini e abitazioni, dove procurarsi cibo risulta un poco più semplice. Qua e là troviamo della terra e delle foglie smossi all’attività frenetica di merli e affini.

 

Nessun umano si è avventurato da queste parti, oggi; fino al termine della giornata non incontreremo anima viva. Unica eccezione, i soliti quattro imbecilli del motocross, che fanno strame del silenzio in lontananza.

 

Le pagine del quaderno di campo languono, registrando un quasi deserto ornitologico: qualche cornacchia, qualche manciata di fringuelli, le solite cince… Il pettirosso non degna quasi della sua firma la cronaca della mattinata; il rampichino è oggi lontano o, più probabile, è ospite silente della Valle. Anche il tambureggiare dei picchi subisce oggi un netto calo. Causa prima, molto probabilmente, le condizioni meteo: emettere suoni e richiami costa energie, che è meglio dedicare alla ricerca di materia per l’alimentazione. Tutto ciò pregiudica in parte l’opera dei vostri rilevatori.

 

Le due poiane sono invece sempre qui, con l’immancabile codazzo di cornacchie.

 

Alfio ogni tanto indica nidi che altre volte non abbiamo visto: materia per future uscite. Uno in particolare merita una breve divagazione. Si trova in zona Colombina; un’immagine, pessima, è riportata qui sotto.

 

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Ad Alfio farebbe pensare al rifugio di uno scoiattolo. La posizione addossata al tronco deporrebbe a favore di questa ipotesi, la forma un po’ meno: lo scoiattolo costruisce rifugi più a sfera. La costruzione è fatta da ramoscelli, il che potrebbe funzionare per l’ipotesi scoiattolo. La luce è quella che è: indagheremo più avanti.

Corriamo via rapidi di punto in punto, la pioggia lascia spesso delle tregue; mej fidass minga, però.

Non molte le tracce sulla neve. Si tratta soprattutto di pedate e di orme di cane. Poco invece è opera di animali selvatici.

 

Una pista attira la nostra attenzione. Analizziamola. L’animale è passato sotto il vicino ponte, macchiandosi le zampe di palta. L’andatura è a salti: le orme sono distribuite a due a due.

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Un mustelide, con buona probabilità. Il guanto e il dito ci fanno da scala. 

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 Ogni impronta è lunga 4,5 – 5 cm, la distanza tra le coppie di impronte è pari a circa 25 cm. Quest’ultimo dato è significativo fino ad un certo punto, più diagnostica è la lunghezza della singola impronta: da un confronto con i sacri tesi (in particolare Bouchner “impariamo a conoscere le tracce degli animali”, De Agostini, 1983) possiamo attribuire le tracce alla faina o alla martora. La donnola ha impronta di dimensioni nettamente inferiori, circa la metà. Ermellino e puzzola sono da scartare sulla base della loro distribuzione in terra lombarda. La faina è il candidato più probabile, visto che frequenta con più facilità ambiti antropizzati. Non ultimo: la martora in Lombardia è diffusa in aree montane.

Nel rientrare, si fa vivo un pettirosso; sul terreno orme di lepre (o di coniglio selvatico).

 

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Un nocciolo è crollato, trascinandosi dietro un pezzo di sponda. Non ha però interrotto la sua esistenza: dai rami penzolano le infiorescenze.

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Missione compiuta, alla fine. Finisce, più o meno in gloria, tra i racconti di Alfio, che mescola vicende della propria esistenza alla memoria dei nostri territori. A me il compito di ascoltare e mettere in saccoccia: qualche episodio finirà anche nella mia ormai ricchissima raccolta di storielle divertenti, prese, è d’obbligo, direttamente dalla realtà.

 

Alla prossima

Matteo Barattieri





#4 gennaio 2009 Dalla galaverna spuntò il saltimpalo

4 01 2009

 

“Sembra primavera, quando nei boschi si vedono i ciliegi in fiore”, dice Alfio Sala – come sempre della partita -, commentando la presenza della galaverna, gioiello per gli occhi di cui l’inverno è sempre parco. Vedendola in modo meno poetico, incuriosisce  come il fenomeno non colpisca in modo indistinto tutto, ma tenda a scegliere alcune essenze. Almeno così sembra, a parte ovvie differenze legate alla posizione rispetto ai  punti cardinali. Mah…

 

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La neve non è andata via del tutto; mica male: i cacciatori non possono per legge muoversi con queste condizioni.

 

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Ferme al palo le doppiette, altri imbecilli provvedono a tormentare i vostri rilevatori. Si tratta, va da sé, dei motociclisti, invero pochi. Hai un bel parlare di atmosfera ovattata e di silenzi iemali, facendo leva su tutti gli stereotipi del caso. Gnent da fà: il fracasso dei motori rimbomba, prevenendo sul nascere qualsivoglia conato poetico.

La cronaca, invece. Registriamo oggi la presenza della prof, all’anagrafe Laura Farina. Presenza inusitata anziché no: la nostra teme da sempre condizioni meteo rigide. È anche inguaribile ottimista, avendo scelto il sottozero per inaugurare calzature antipioggia e –acqua da poco acquistate. Poca o nulla palta oggi sul percorso, ma compatto permafrost da lande boreali, con pozzanghere ghiacciate annesse e freddo per le estremità della malcapitata.

 

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L’obbiettivo della digitale cerca anche qualche dettaglio. Un fungo è coperto da uno straterello di neve, parzialmente consumata dalla gocce di acqua che cadono dalle piante.

 

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Alfio mette in moto l’armamentario; la sua attrezzatura è ancora analogica: attendiamo con pazienza le sue istantanee.

 

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Molto attivi oggi i picchi. Non solo il rosso maggiore, anche il verde si fa più volte udire. Diamo una stima: 4 i picchi rossi maggiori e 2 i picchi verdi. Il rampichino presenta sempre un contingente nutrito. L’argomento merita ulteriori approfondimenti, in una prossima occasione. Del resto, è tra le mie specie preferite.

 

Ogni volta che giriamo per la Valle troviamo nuovi nidi. In zona Colombina, una stessa pianta ne reca un paio: merlo (quello posto più in basso), e tortora dal collare.

 

 

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Nel corso dell’uscita troveremo anche un nido di colombaccio e un altro di merlo. Sul sentiero si nota una pannocchia. Alcuni chicchi sono stati mangiati. Opera di roditori, con buona probabilità: i chicchi sono infatti aggrediti nella parte centrale.

 

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A pochi metri, altra traccia. Questa volta è una mela mangiucchiata. Come spiegano Preben Bang e Preben Dahlstrøm nel manuale “Animal Tracks and Signs” (Oxford University Press, 2001), i piccoli roditori lasciano nelle mele depressioni oblunghe, risultato del lavorio degli incisivi inferiori. Le foto corrispondono abbastanza fedelmente alle descrizioni di Bang e Dahlstrøm.

 

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La neve sul terreno fa anche sperare nel rinvenimento di altri tipi di tracce, leggi orme e piste. Ci sono, certo, ma si tratta solo di impronte umane e canine, purtroppo. La Nava è dunque abbastanza frequentata, commenta Alfio. Oggi incrociamo qualche corridore, e i soliti amici dei cani con quadrupede al guinzaglio. Passano anche dei ciclisti.

 

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La mattina è ormai più che inoltrata, la galaverna fatica a sciogliersi, anche dove arriva il sole.

 

“E le peppole?”, potrebbe chiedere qualcuno. Il loro numero è oggi piuttosto ridotto. Alfio segnala che sono invece visibili a ovest della Valle, dove, probabilmente, riescono a trovare un poco di cibo. Qui alla Nava saranno 20-30 in tutto, oggi. Si fanno vedere in particolare verso il settore più a valle, dove è localizzato il punto 5, l’ultimo della lista. Mentre rifinisco il conteggio dei fringillidi, Alfio osserva tre buchi di piciformi. Eccoli in sequenza:

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Il primo è posto in un settore che pare indebolito da attacchi di parassiti o simili. Le piante sono robinie, e piuttosto giovani. Possibile che si tratti di nidi? “E se fosse il picchio rosso minore?” mi viene da pensare, da immarcescibile appassionato di questa specie. Mah….

 

Sulla strada di ritorno integriamo il censimento aggiungendo qualche specie che prima non si era fatta viva. La metodologia seguita prevede di effettuare il rilievo per 10 minuti in ogni punto. Non è impossibile che qualcosa sfugga. Il metodo è in ogni caso affidabile, collaudato in decenni e in ogni dove.

 

Un manufatto lungo il pendio merita future indagini.

 

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Sembra un collettore per raccogliere acqua dalle strade, ma è completamente asciutto: forse ha smesso di adempiere alle sue funzioni.

 

Una tana fresca di coniglio selvatico è piazzata vicino al sentiero. Più sopra la specie è ben rappresentata, spiega Alfio.

 

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Quando stiamo per riporre le ottiche nello zaino, l’inatteso. Un coppia di saltimpalo fa bella mostra di sé, tra incolti e ortaglie in quel della Colombina. Specie di interesse e importanza, il saltimpalo: un tempo era comune, oggi è sempre più confinato. Non abbiamo foto dei volatili, quelle che seguono illustrano gli ambienti utilizzati qui alla Nava, anzi alla Colombina.

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Un invito per tutti a sbinocolare alla ricerca di questo bellissimo uccello. E a cercare di tutelare questi ritagli di verde parzialmente antropizzato. E, da ultimo, a tenerlo d’occhio: potrebbe riservare ulteriori sorprese.

 

Alla prossima

 

Matteo Barattieri

 





#20 dicembre 2008 – Tutto è bene…

21 12 2008

 

“Non può piovere per sempre”, la citazione dal film “Il corvo” è quasi d’obbligo, anche se le atmosfere nostrane rimandano poco o punto alle notazioni gotiche della pellicola di cui sopra. Dopo la pioggia, la tanta e quasi interminabile pioggia dei giorni scorsi, la nostra Nava è gonfia d’acqua.

 

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Le temperature alte per la stagione lasciano solo bave di brina qua e là.

 

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Nonostante il sole, tuttavia, ci siamo solo noi due – io e l’inossidabile Alfio Sala – lungo i sentieri. Altre presenze caratterizzano lo scenario di oggi: cacciatori e cani annessi. Visitatori per niente graditi: spari continui, cani in movimento ovunque, capanni in azione; per i poveri selvatici non c’è tregua. Problema mica da poco, sarà da affrontare prima o poi, e sarà dura, molto dura. Altra nota dolente: a impugnare le doppiette sono non pochi giovani.

 

Il panorama avifaunistico non offre molto oggi, nessuna novità particolare. Alfio dedica del tempo a tentativi fotografici. La luce di inizio giornata non è però delle migliori: il nostro abbandona temporaneamente velleità d’obiettivo.

 

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“Matteo non va in escursione, va a zonzo”, disse una volta Anna S., coordinatrice dei campi estivi CTIN-WWF, dove il sottoscritto opera da anni. Durante i campi a Innerbach (Sudtirolo), si va in escursione coi ragazzi (12-14 anni). Se sono io a comandare la giornata, le passeggiate durano moltissimo, interrotte da tante divagazioni. ”Andare a zonzo” non significa perdere tempo, significa invece appropriarsi in modo più forte di quanto ti circonda, essere sempre pronti a trovare motivi di interesse e a fare osservazioni, e saper cogliere l’inatteso.

Le occasioni non mancano mai. Mentre Alfio fa le sue prove fotografiche, trovo e immortalo questa bella tana di arvicola (o giù di lì): roba da manuale.

 

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La neve e l’acqua han gonfiato i boschi, e qualche pianta non ne è uscita indenne. Sono gli schianti, termine – ebbene sì – tecnico, del gergo dei forestali. Schianti: nello stesso tempo selezione imparziale nella massa vegetale e fonte di vita per tante specie, animali e non solo. Qualche albero, orcu diaul, cade dritto sul sentiero: un estemporaneo percorso a ostacoli mi fa scivolare, cavalletto e digitale nelle mani, sul ferretto fattosi palta.

 

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Non tutto il male viene per nuocere, la considerazione è del mio compagno di avventure: saranno tempi duri per i motocrossisti, altra genie che non amiamo.

Una poiana è ancora presente, offesa nella sua quotidiana attività da spari e cani. Le nuvole di fringuelli e peppole sono ancora in zona, si muovono secondo traiettorie ormai consuete. Come gli umani, anche gli animali sono spesso e volentieri costanti e abitudinari nel loro agire, aspetto che spesso aiuta gli osservatori.

 

Raggiungiamo l’ultimo punto di stazione; per arrivarci bisogna attraversare la Nava.

Il cavalletto del binocolo abbisogna di una resentada che elimini fanghiglia e aggregati. Il nostro finisce a bagno, un’immagine da lavandaie di qualche lustro fa.

 

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Nel frattempo, immortalo qualche impronta di roditore, nella spiaggia sulla riva del Torrente.

 

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All’ultimo punto, il dramma, piccolo se confrontato con tante sciagure dell’umana tragedia, ma fastidioso anziché no. La placca di raccordo che permette di agganciare la specola, per dirla con il Lario Lecchese, al treppiede non è più tra noi. Beh, agganciata alla buona in seguito a tormentate vicende, ha pensato bene di arricchire il paesaggio della Valle. Ripercorriamo l’ultimo tratto, senza successo veruno. A casa dovrei averne un’altra di scorta, spero: vedremo. Tripla scocciatura non poter usare per qualche tempo il cannocchiale.

 

Il ritorno ci fa scoprire un paio di resti di pasto: bucce di qualche bacca, come mostra la foto qui sotto, mangiata da un’arvicola. 

 

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A ulteriore conferma dell’identità del colpevole troviamo anche degli escrementi, tipicamente da piccolo roditore: dei cilindretti scuri. L’immagine che li ritrae è stata scattata successivamente, a casa, dopo averli fatti seccare, operazione che ha tolto ad alcuni un poco dell’aspetto originario.

 

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A pochi ghelli, un paio di borre parzialmente schiacciate fanno bella mostra di sé. Finiscono, ovvio, nella collezione del sottoscritto, insieme ai frammenti di gusci di cui sopra. Il termine “borra” indica una pallottola rigurgitata da molte specie di uccelli, in particolare rapaci ma non solo. La pallottola contiene le parti di cibo che l’animale non riesce a digerire. Gli uccelli non hanno denti e affini, di conseguenza ingurgitano tutto. Il cibo verrà triturato all’interno dell’apparato digerente. Ciò che non è digeribile sarà espulso e formerà la borra. All’interno di queste pallottole possiamo trovare di tutto: ossa, peli, piume, pezzi di scheletro di insetti…..

 

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Con buona probabilità, viste le dimensioni e l’aspetto untuoso, si tratta di tracce di allocco, tipico rapace notturno dei boschi.

 

Salutiamo la Valle della Nava. Alfio mi regala qualche gioiello: alcune penne di gallo forcello e una penna di astore, tutta roba di provenienza valtellinese. Porca vacca! Astore! Per fare contento un naturalista a volte bastano un paio di penne di quelle giuste. Ringrazio il bravo Alfio, anche per la compagnia.

 

A casa recupererò un placca di riserva per il cavalletto. “Tutto è bene….”.

 

Matteo Barattieri





#Per farfalle… nella Valle del Pegorino

30 11 2007

La prima parte della Valle del Pegorino rientra nel Comune di Casatenovo. Qui, a sud-est dell’abitato, si trovano due belle cascine, la Cascina Giovenigo e la Cascina Rancate circondate da campi, frutteti, orti e boschi attraversati dal torrente, che dà il nome alla Valle.
Queste zone, a partire dalla primavera fin verso l’autunno inoltrato, sono popolate, per la ricchezza di fiori selvatici che vi si trovano, da leggiadre farfalle. Un osservatore attento può incamminarsi lungo i sentieri che partono dalle Cascine, avventurandosi per campi, prati e infine boschi, ed imbattersi in eterei insetti.
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#Casate: la valle della Nava ha una popolazione di insetti unica. Laura Farina: ‘Facciamone un parco’

15 11 2007

 

Laura Farina è una grande appassionata di insetti, passione nata all’università e che lei coltiva anche nel tempo libero: “La mia passione per gli insetti, e i coleotteri in particolare, è nata all’Università – spiega – sono laureata in Scienze Naturali e da alcuni anni sto studiando la fauna entomologica di certe zone della Provincia di Lecco, in particolare delle aree verdi del mio paese, Casatenovo.” Leggi il seguito di questo post »





Coleotteri

1 11 2007

Cervo volante (Lucanus cervus)

Il ben noto Cervo volante, il maggiore tra i coleotteri europei, è molto caratteristico per lo sviluppo assunto, nei maschi, dal capo e, soprattutto, dalle mandibole, che ricordano le corna dei cervi.
Le dimensioni nel maschio, di regola comprese tra 35 a 80 mm, ne fanno il più grande coleottero europeo; le femmine, che possiedono mandibole forti ma dall’aspetto normale, sono comprese tra 30-40mm.
È una specie forestale.
La larva è xilofaga e si sviluppa negli alberi vetusti, soprattutto querce ma anche in altre latifoglie, quali faggi, salici, pioppi, tigli, carpini, olivo; ci sono segnalazioni anche riguardanti pini ed abeti. Gli adulti si nutrono della linfa che cola dalle ferite degli alberi ed utilizzano a tale scopo una sorta di “lingua” formata da pezzi boccali specializzati; i maschi si osservano in giugno-luglio, mentre le femmine talora proseguono l’attività fino alla metà di agosto.
I diversi autori non concordano sulla reale funzione delle mandibole del maschio: secondo alcuni sarebbero del tutto inutili e anzi difficili da muovere, per l’insufficiente sviluppo dei muscoli relativi; secondo altri sarebbero utilizzate nel corso di vere lotte combattute per la conquista delle femmine. La femmina usa invece le corte mandibole per scavare nel suolo fino a raggiungere l’apparato radicale dell’albero prescelto, ove, ad una profondità che può giungere a 75cm, depone le uova.
Le larve vivono sviluppandosi nelle radici e nel legno marcio per una durata di 3‑5 anni. Successivamente, si impupano nel terreno, in una grande celletta delle dimensioni di un pugno. L’adulto è già formato in autunno, ma trascorre l’inverno nel proprio ricovero uscendo alla luce  del giorno solo nel giugno dell’anno seguente.
Il Cervo volante era ben noto anche nell’antichità: ad esempio Plinio riporta notizie circa l’uso di appendere le grandi ed imputrescibili mandibole dei maschi al collo dei bambini, a guisa di amuleto contro alcune malattie infantili. Nel Medioevo i Germanici credevano che questa specie fosse capace di trasportare carboni ardenti per incendiare le capanne. Ancora oggi esistono nomi locali che attestano come la specie sia ampiamente conosciuta dalla tradizione popolare (ad esempio i termini lombardi “cornabù”, “cornu bubò”).
Oggi è minacciato di estinzione, per la riduzione delle foreste e perché i vecchi alberi in cui vive e si sviluppa vengono di regola eliminati nella pratica della selvicoltura.
Figura nell’Allegato II della direttiva 92/43/CEE (direttiva “habitat”), ossia trattasi di specie di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione.

 

Dorcus parallelepipedus

Il Dorcus parallelepipidus è simile al Cervo volante per le mandibole del maschio, ben sviluppate, a forma di pinza. La larva vive di preferenza nel legno tarlato di salice e pioppo. Gli adulti attivi in primavera ed estate, hanno costumi crepuscolari e notturni, e sono spesso attratti dalle luci. Il maschio si distingue dalla femmina per il maggiore sviluppo di capo e mandibole.

 

 

Moscardina (Aromia moschata)

L’Aromia moschata (nota come moscardina), è di un bel verde brillante, Le larve di Aromia moschata si sviluppano a spese principalmente di salici, su cui si trattengono anche gli adulti, attivi a fine primavera. Questa specie è nota comunemente col nome di moscardina per il gradevole odore di muschio emanato da un secreto delle sue ghiandole toraciche. Il maschio ha le antenne più lunghe del corpo.

 

Prionus coririus

Prionus coriarius è invece una specie di grandi dimensioni: può raggiungere una lunghezza di 45 mm. Le sue larve scavano gallerie nel legno fradicio, ed al termine del loro sviluppo si trasferiscono generalmente nel terreno. Gli adulti compaiono d’estate ed hanno abitudini crepuscolari; si rinvengono vaganti sul terreno od alla base delle piante ospiti. Il maschio si distingue dalla femmina per le dimensioni mediamente maggiori, per le antenne più robuste e vistosamente dentate.

 

 

Agapanthea sp.

Agapanthea è un’altra bella specie di Coleottero Cerambicide, dalle dimensioni decisamente più piccole, ma dalla livrea grigia particolarmente elegante. La si rinviene in primavera e inizio estate su diverse piante erbacee; lo sviluppo larvale avviene a spese di Composite e Ombrellifere.

 

Pentodon bidens punctatus

E’ facile rinvenire sui sentieri, poiché si sposta più facilmente sul terreno, il Dinastino Pentodon bidens sottospecie punctatus.
Questa specie, i cui “parenti” tropicali sono piuttosto famosi (Dinastes hercules del Brasile è tra i Coleotteri più grandi del mondo) è di dimensioni ragguardevoli: può raggiungere una lunghezza di 46 mm. La larva si sviluppa a spese delle radici di piante, soprattutto di graminacee. L’adulto è attivo a fine primavera e durante l’estate, mentre durante gli altri mesi dell’anno rimane interrato, e solo occasionalmente può essere osservato in superficie, soprattutto dopo le piogge.

 

Curculio nucum

Ai margini del bosco o all’interno di esso, sul nocciolo, stazionano simpatici coleotteri come i Curculionidi tra i quali il Balanino delle nocciole (Curculio nucum), le cui larve e il cui adulto si nutrono di foglie e di frutti di questa pianta. L’adulto in particolare è dotato di un lungo capo prolungato in avanti a forma di becco, chiamato rostro, adatto a raggiungere le parti interne delle piante, più ricche di nutrimento.

 

Apoderus coryli

Sul nocciolo sono presenti altre specie tra cui Apoderus coryli, di un bell’arancione brillante, le cui femmine arrotolano in modo sapiente e complicato le foglie per creare un “nido” dove deporre le uova. Per questo singolare comportamento questi Insetti sono noti anche come “sigarai”.

 

Oedemera nobilis

Tra l’erba, e in particolare sui fiori del cui nettare si nutre, si rinviene spesso Oedemera nobilis, un bel coleottero verde, il cui maschio ha le zampe posteriori piuttosto ingrossate, adatte al salto. Tra l’erba, e in particolare sui fiori del cui nettare si nutre, si rinviene spesso Oedemera nobilis, un bel coleottero verde, il cui maschio ha le zampe posteriori piuttosto ingrossate, adatte al salto.

 

Tropinota hirta

Sui fiori è facile trovare inoltre un coleottero un po’ peloso, Tropinota hirta, di colore nero punteggiato di bianco, che sembra intento a nutrirsi, ma basta un piccolo movimento per farlo fuggire volando.

 

Chrysolina fastuosa

Il coleottero si chiama Chrysolina fastuosa ed ha una livrea metallica sorprendente: il verde è il colore di fondo, ma i riflessi blu e rossi brillano sulle ali di diversi individui. Sia le larve che gli adulti di questo bel coleottero si nutrono di foglie di una specie di Labiata: Galeopsis speciosus.

 

 

Chrysolina americana e Chrysolina grossa

Nelle vicinanze ci sono parecchi orti che attirano coleotteri non meno particolari, in quanto a colori. Sul rosmarino staziona la Chrysolina americana, che, a dispetto del suo nome è decisamente una specie di casa nostra. Le sue ali sono di un bel verde scuro metallico con strisce rosse. Sulle foglie di menta invece ama nutrirsi la Chrysolina grossa, dai stupendi colori blu del capo e rosso fuoco delle ali.

 

Notiophilus palustris

Una menzione a parte merita il coleottero Notiophilus palustris, rinvenuto sul terreno nel sottobosco. Questa specie è particolarmente rara, riconosciuta come tale da esperti entomologi del Museo di Storia Naturale di Milano e tuttora presente nel territorio della Valle della Nava. Questo Coleottero non ha particolari attrattive, è di piccole dimensioni, ma il suo corpo è di un bel colore bronzo metallico. Questo piccolo Insetto, ha bisogno per il suo sviluppo di particolari condizioni di temperatura e umidità. Quindi non è facile che trovi le condizioni adatte, ma forse ha scelto la Valle della Nava come suo luogo privilegiato, in particolare il sottobosco umido, dove si sposta sul terreno oppure sosta e si nutre all’interno delle cavità dei rami fradici e marcescenti.





Farfalle

1 11 2007

Vanessa atalanta

Questa farfalla dalla livrea sgargiante e inconfondibile fa la sua comparsa in maggio. Le ali anteriori sono marrone scuro vellutato, con fasce rosse e macchie bianche. Le pagine inferiori delle ali sono poco appariscenti e molto mimetiche. Questo consente alla farfalla di mimetizzarsi quando se ne sta posata con le ali chiuse.
Le uova vengono deposte sulle piante di ortica, di cui si nutre il bruco.
Gli ambienti frequentati da questa farfalla sono i più svariati: campi, prati, strade di campagna, zone incolte e giardini delle abitazioni. Al termine dell’estate gli adulti appena sfarfallati si radunano in gran numero nei frutteti, dove succhiano frutti marcescenti, in particolare pere e prugne.

 

Fegea

Il suo volo è molto lento e barcollante, più spesso è posata sulle foglie degli arbusti. Tuttavia la sua livrea è molto particolare: le sottili ali blu presentano numerose macchie brillanti bianche e il suo corpo alcune bande gialle su fondo nero. Questi colori avvertono il predatore della sua non commestibilità. Infatti la livrea è un classico tipo di colorazione di avvertimento, con cui le farfalle mettono in guardia i possibili predatori: protette da sostanze tossiche, esse risultano inappetibili e difficilmente un uccello, dopo averne provato il sapore disgustoso, tornerà a beccarle una seconda volta.

 

Egeria (Parargae egeria)

Nel bosco s’incontra una farfalla di color marrone con macchie gialle e bianche, l’Egeria. Questa farfallina ama gli ambienti riparati e ombreggiati. Le sue ali presentano un margine ondulato, che le fanno assomigliare ad un delicato pizzo. Nelle parti superiori il colore di fondo è giallo-arancio, con disegni bruno-scuri a scacchiera.
Non è una farfalla molto attiva: trascorre infatti posata sulle foglie del sottobosco gran parte del suo tempo.
Le piante predilette dalle larve sono varie Graminacee.
Il periodo di comparsa degli adulti è particolarmente lungo e va da marzo a ottobre.

Pamfila

Questa è una farfallina di modeste dimensioni, dalla livrea assai poco appariscente. Il colore di fondo delle parti superiori è giallo-ocra, con sottili bordi grigi lungo il margine esterno delle ali; vicino all’apice delle ali anteriori si scorge un piccolo punto nero, a cui corrisponde, sul rovescio, una macchia, che ricorda un occhio, nera cerchiata di giallo e con una piccolissima pupilla bianca. I bruchi si nutrono di svariate Graminacee.

 

Pafia (Arginnys paphia)

La Pafia, un tempo considerata tra i Ninfalidi europei più comuni, negli ultimi anni si è molto rarefatta ed è presente ancora in gran numero solo negli ambienti non troppo toccati dagli influssi dell’uomo. Le femmine possono presentare le ali anziché brune, di colore verdognolo. Le femmine sono più scure e più grosse dei maschi.
Il bruco di norma si ciba di Violacee.
L’adulto vive in zone disboscate, in praterie umide e in campi fioriti dove crescono i cardi, sui quali sta posato volentieri.

 

Vanessa del cardo (Vanessa cardui)

La Vanessa del cardo presenta le ali superiori di colore giallo-rossiccio, con numerose macchiette bianche; le posteriori portano tre serie di macchie brune lungo il margine esterno. La pagina inferiore delle ali non è mimetica, ma presenta un disegno che ricorda in toni più sbiaditi quello delle parti superiori.
E’ una delle più note migratrici, che grazie alla potenza del suo volo, può compiere spostamenti enormi.
L’adulto frequenta i prati fioriti in località calde e assolate, le siepi lungo i sentieri e anche all’ interno dei centri abitati. Si posa a volte anche a terra indugiando con le ali aperte al sole.
Gli adulti si incontrano da aprile ad agosto-settembre.

 

Vanessa dell’ortica (Aglais urticae)

Questa farfalla ha un bel colore arancio di fondo, mentre il margine esterno è decorato da macchie blu contornate di nero. L’adulto è in volo già dall’inizio della primavera. I suoi bruchi si cibano preferibilmente di foglie di ortica.

 

 

Vanessa c-bianco (Polygonium c-album)

Questa farfalla sembra prediligere luoghi ombrosi e riparati, quali le zone boscate con radura, le siepi lungo i sentieri, gli incolti. Questa piccola e strana Vanessa ha un aspetto che si discosta parecchio da quello solito: il bordo delle ali è irregolarmente frastagliato e dentellato, tanto da sembrare che queste siano strappate e consumate. In questo modo risultano estremamente mimetiche, e quando la farfalla sta posta ad ali chiuse sembra proprio una foglia secca. Un’altra caratteristica singolare (da cui è derivato il nome) è la presenza di una piccola macchia biancastra, a forma di C, posta nella pagina inferiore delle ali posteriori. Il colore delle parti superiori è rosso-fulvo o marrone-rossiccio, con macchie nere e margini bruno-scuro.
Il bruco vive a spese di molte essenze, tra cui l’olmo, il nocciolo, il luppolo, l’ortica, il ribes, l’uva spina e altre. Gli adulti compaiono in giugno e luglio.

 

 

Macaone (Papilio machaon)

Nei prati ama approvvigionarsi la farfalla diurna più grande delle nostre zone, il Macaone. In quanto a bellezza potrebbe tranquillamente gareggiare con i suoi parenti esotici: il colore di fondo è giallo zolfo più o meno intenso, con numerose macchie e venature nere; le ali posteriori hanno una larga fascia marginale blu orlata di nero, una macchia rossa in fondo al margine interno e terminano con un tipico prolungamento a “coda di rondine” lungo circa un centimetro. Queste farfalle si avvicinano spesso ai centri abitati e penetrano nei giardini e negli orti, dove le femmine vanno a deporre le uova. Le piante preferite dal bruco sono le ombrellifere, sia selvatiche, sia coltivate (carota, prezzemolo, finocchio, anice, ecc.).
Se i bruchi vengono disturbati spingono fuori dal torace un’appendice bifida di colore rosso-arancio (due piccole corna rosse) a scopo intimidatorio (chiamata osmeterium), dalla quale esce una sostanza difensiva di odore molto acuto.
L’adulto vive dovunque ci siano fiori in quantità.

 

 

Cedronella

Il maschio della Cedronella è facilmente riconoscibile per le ali di un bel giallo brillante. Una delle piante di cui si nutre preferibilmente il bruco è il ramno.

 

 

Aurora

L’Aurora è una tra le prime farfalle a comparire agli inizi della primavera. La prima è di dimensioni piuttosto piccole, il maschio è riconoscibile per le punte delle ali anteriori di colore arancio, mentre il resto delle ali presenta uno sfondo biancastro.
Il bruco si ciba di varie crucifere quali senape, crescione, cardamine, ecc.

 

 

Vanessa io (Inachis io)

Gli antichi autori hanno preso a piene mani dalla mitologia classica i nomi da attribuire alle farfalle: in questo caso si tratta di Io, sacerdotessa di Giunone, che per la sua eccezionale bellezza attirò gli sguardi di Giove che se ne innamorò. Ma l’ira di Giunone non tardò a giungere, e la povera Io fu tramutata in vacca. Il nome è indovinato, perché effettivamente è una delle più belle farfalle nostrane. Il suo aspetto non è confondibile con quello di altre specie: il colore di fondo è un vivace rosso mattone vellutato, con gli angoli anteriori delle ali ornati da magnifici ocelli con riflessi dorati, azzurri e bruno-neri simili a “occhi di pavone”. Le larve vivono di preferenza a spese dell’ortica. Vivono in comunità fino all’ultima muta, poi iniziano a disperdersi e trascorrono solitarie l’ultimo periodo di accrescimento prima di incrisalidarsi.

 

 

Latonia

La Latonia è una piccola farfalla, con la pagina superiore delle ali che ricorda molto per il colore arancio e per le macchie nere quella della Pafia. La pagina inferiore delle ali invece la rende inconfondibile: è caratterizzata infatti da grosse macchie argentate simili a specchi che riflettono la luce del sole ad ogni movimento. La si può osservare qui nella valle del Pegorino, a partire dal mese di aprile fin quasi ad ottobre. I bruchi vivono su diverse specie di Viola.

 

 

Cavolaia (Pieris brassicae)

La Cavolaia è un farfalla diffusa un po’ ovunque anche se oggi è molto meno comune di un tempo. Ha il corpo nero con le ali bianche, le anteriori con l’apice nero fino alla metà circa del margine esterno e quelle posteriori con una macchia nera sul margine anteriore. I danni arrecati da questa specie alle colture possono essere ingenti in caso di infestazioni massicce, in quanto il bruco divora completamente la foglia lasciando solo le nervature. Per fortuna spesso ci sono specie parassite, come alcune vespe, che tengono sotto controllo il numero dei bruchi, impedendo loro di distruggere intere coltivazioni. Le uova gialle vengono deposte in gruppi sulla pagina inferiore delle foglie e anche i bruchi vivono a lungo tutti insieme.
Le piante più appetite dai bruchi sono i cavoli, ma anche ravizzone, rapa, ravanello, colza, ecc.

 

 

Podalirio (Iphyclides podalirius)

Il Podalirio è una delle più note e vistose specie presenti nelle nostre zone, è abbastanza comune e si rinviene con facilità. Può raggiungere dimensioni notevoli, anche 60-80 mm di apertura alare Questa farfalla presenta una colorazione caratteristica bianco-giallastra con zebrature verticali nere. Sulle ali posteriori sono presenti sottili code che la rendono inconfondibile.
Il bruco vive a spese di numerose piante coltivate, in particolare Rosacee come il ciliegio, il mandorlo, il pesco, il susino, il melo, il pero, il biancospino.
Gli adulti frequentano diversi ambienti (in particolare caldi e soleggiati), come prati fioriti, campi, frutteti, luoghi soleggiati. e sfarfallano da aprile a giugno e successivamente da agosto a settembre.
In alcune nazioni tanto il podalirio quanto il macaone rientrano tra le specie protette. Ambedue le specie infatti non sanno reagire ai continui assalti perpetrati dall’uomo a danno della natura.





Allocco

1 11 2007

Nome scientifico: Strix aluco

Rapace diurno della famiglia degli Strigidi, raggiunge una lunghezza di circa 37-39 cm e apertura alare di 94-104 cm. I sessi sono simili, ma la femmina è leggermente più grande del maschio. Il colore di fondo del piumaggio dell’Allocco è notevolmente variabile con una forme più comune grigia. Il corpo è segnato da macchiettature e striature bruno-nerastre.
Gli adulti sono sedentari e rimangono nel proprio territorio tutto l’anno. I giovani, in cerca del proprio territorio, tendono invece a spostarsi con movimenti dispersivi che raggiungono in genere alcune decine di chilometri.





Fauna

1 11 2007

La Valle della Nava è un vero e proprio corridoio ecologico che si estende lungo il confine tra Monticello, Casatenovo e Missaglia.
In questa zona trovano il loro habitat ideale tante specie di animali.
Tra queste le più rappresentative rientrano nei seguenti ordini: Uccelli, Mammiferi, Rettili e Invertebrati (il cui gruppo più vasto è rappresentato dagli Insetti). Clicca sull’ordine per scoprire le specie più diffuse, le loro caratteristiche e le immagini.

 

· Insetti

 

· Rettili

 

· Uccelli

 

· Mammiferi