Gruppo Valle Nava

riscopriamo il nostro territorio

#Quantificare i benefici del verde in ambito urbano

La protezione dell’ambiente nacque inizialmente come protezione delle rilevanze paesaggistiche, ovvero come protezione di elementi paesistici che, allo stesso modo di monumenti e luoghi d’arte, venivano preservati per la propria bellezza. Fino alla metà degli anni ’80 del novecento si continuò a concepire una protezione dell’ambiente tesa a salvaguardare soprattutto l’aspetto estetico. Nel 1985 però, con la cosiddetta legge Galasso, si è passati ad una protezione funzionale della natura, ovvero la natura da quel momento venne difesa per l’importanza delle proprie funzioni ecologiche e solo di conseguenza paesistiche. Se questo fu un enorme passo avanti per l’ecologia, di concerto sembrò spegnere anche l’ultimo lume di un approccio romantico nei confronti della natura. La concezione funzionale in definitiva soppresse il criterio paesaggistico, relegato a qualche piano di scala sovralocale e regionale rimasto per lo più senza ascolto.
Oggi l’utilitarismo si è infiltrato anche nella difesa dell’ambiente (difendiamo il bosco perché ci permette di respirare, perché ci ripara dalla strada, dal rumore, dallo smog, perché è un luogo dove i bambini possono giocare e scoprire), questo non è di per sé un male, tutt’altro, ma lo diventa quando risulta essere il criterio-unico per la difesa del territorio. Il territorio – è bene ricordarlo – è anche paesaggio e quindi scenario del vivere quotidiano, l’aspetto dell’ambiente che più di ogni altro inconsciamente dialoga con i suoi abitanti e li influenza. E’ proprio guardando alle modalità con cui è oggi disegnato e realizzato il nostro assetto territoriale che riscontriamo il brutto come elemento ricorrente. Il dilagare della città diffusa, l’assenza di un criterio urbanistico che tuteli un determinato ordine spaziale, la mancanza di visuali e spazi verdi, influisce inevitabilmente sulla qualità di vita delle genti che lo abitano. Scriveva Konrad Lorenz, già negli anni ’70: “Ciò che in questo barbaro processo (l’avvilimento della natura) l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato. La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro perché va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile”.

Al di là delle riflessioni riguardo il rapporto estetico con i luoghi della nostra vita, oggi sembra più che mai indispensabile dimostrare l’importanza delle azioni di tutela e valorizzazione riservate alla natura: la ricerca di uno sviluppo armonico del territorio può essere perseguita solo dimostrando la sua reale necessità, il tornaconto positivo che essa genera per l’intera società.
Ecco l’intento di questo articolo: riadattando vecchi appunti raccolti durante le preziose ore del Professor Paolo Lassini dell’università degli studi di Milano, tentare di quantificare i vantaggi e i benefici potenzialmente generati da una corretta pianificazione a scala urbana e da un sufficiente apporto di “verde” nelle nostre vite. Le domande a cui si tenterà di dare risposta sono: è possibile dimostrare praticamente il positivo influsso del verde, della natura, delle piante sul nostro stare al mondo? Possiamo dire attraverso rilievi empirici che “un po’ verde” è meglio di “per nulla verde”? Che Parigi è meglio di Milano? I dati che vi andremo ad elencare affermano di sì.
Da qualche anno a questa parte, infatti, si sta cercando di fornire dei rilievi quantitativi sull’effettivo contributo della vegetazione nel modificare alcuni fattori ambientali quali il clima, la qualità dell’aria, il ciclo dell’acqua, la biodiversità della fauna e, non ultimo, sugli effetti esercitati dalle aree verdi sullo stato di salute psico-fisica dell’uomo (McPherson 1995, McPherson et Al., 1995; Mc Pherson, 2001; Ferrini, 2003). Noi analizzeremo in particolare i seguenti aspetti:

 

La qualità dell’aria

La qualità dell’aria che respiriamo si può considerare influenzata o condizionata dalla presenza del verde urbano in due modi sostanziali: l’organicazione dell’anidride carbonica prodotta dalla respirazione degli esseri viventi, associata alla produzione di ossigeno durante la fotosintesi clorofilliana, e la cattura del particolato sospeso (vera e preoccupante forma di inquinamento e causa di molte comuni malattie o insufficienze respiratorie).

 

Il miglioramento della temperatura e il risparmio energetico

La modifica del microclima intorno alla pianta, non si traduce solamente in un abbassamento della temperatura in estate ed all’effetto frangivento delle siepi d’inverno: disponendo alberi, arbusti, rampicanti ed altre strutture in maniera appropriata intorno alle case è possibile ridurre i consumi energetici necessari a mantenere un ambiente confortevole sia in inverno, sia in estate, diminuendo la richiesta di energia che mai come in questi ultimi anni è stata così elevata. In uno studio condotto negli Stati Uniti, per esempio, è stato verificato che in città con più di 100.000 abitanti l’energia richiesta durante i picchi di calore aumenta del 2% ogni 0,6°C in più di temperatura.
E’ noto che gli ambienti urbani sono significativamente più caldi delle aree rurali, con differenze che vanno da un minimo di 1,1°/4,4°C in città dal clima temperato, fino ai 10°C di Città del Messico (DOE, 1996). Le cause di queste isole urbane di calore sono ben note: in ambiente rurale, gran parte dell’energia solare che colpisce la vegetazione è usata dalle piante per i processi metabolici. Il processo chimico-fisico che più influenza il microclima intorno alla pianta, però, è dato dalla traspirazione, mediante la quale viene sottratto calore all’aria. Da uno studio di Nowak (1999) si evince che sotto piccoli gruppi di alberi o alberi singoli con copertura erbosa, la temperatura pomeridiana dell’aria a 1,5 metri sopra il livello del terreno è da 0,7° a 1,3°C più bassa che in altre zone. Un albero adulto con una grande chioma può, infatti, evaporare fino a 25 litri di acqua al giorno, producendo, nei climi caldo-aridi, l’equivalente di cinque condizionatori che funzionino per 20 ore di seguito (Semrau, 1992).
L’effetto più macroscopico però, nell’abbassamento di temperatura da parte degli alberi, è determinato dall’ombreggiamento nei confronti degli edifici. Grazie ad una corretta progettazione di giardini intorno alle case, o dei viali alberati in città, è possibile ridurre anche notevolmente la richiesta di energia per il condizionamento estivo, arrivando a ridurre i costi fino al 25% associandovi l’azione frangivento invernale.
Gli alberi, specialmente se con alte ed ampie chiome, dovrebbero essere piantati sul lato sud della casa, per provvedere al massimo ombreggiamento: in questo caso, l’efficienza del condizionamento interno viene aumentata fino al 20%. Gli alberi o gli arbusti con chiome più basse, invece, sono più appropriati sul lato ovest, dove l’ombra è necessaria solo al pomeriggio, o per ombreggiare ogni zona asfaltata: ciò riduce il calore irraggiato dal basso, e raffredda l’aria prima che raggiunga i muri della casa o le finestre.

 

La mitigazione dell’effetto serra

Livelli crescenti di anidride carbonica (CO2) ed altri gas come il metano (CH4), e l’ozono (O3) contribuiscono ad aumentare l’effetto serra, maggior imputato dell’aumento della temperatura globale dell’atmosfera (Nowak and Crane, 2002): il riscaldamento, infatti, è dovuto all’energia cinetica impressa dalla radiazione solare alle molecole di gas che, vibrando e muovendosi più velocemente, irradiano calore ed impediscono ai raggi solari, una volta rimbalzati sulla terra, di disperdersi nello spazio.
In effetti, la temperatura media della superficie terrestre è aumentata tra gli 0,3 ed i 0,6°C dalla fine del 1800, mentre studi recenti ipotizzano che aumenterà tra 1 e 3,5°C entro il 2100 (Hamburg et al., 1997). L’anidride carbonica è il dominante tra i gas deputati all’effetto serra, e l’aumento dello stesso è dovuto in particolar modo alla combustione dei combustibili fossili (circa l’80%) ed alla deforestazione. Si calcola che il carbonio atmosferico aumenterà approssimativamente di 2600 milioni di tonnellate annualmente (Sedjo, 1989).
Com’è noto, gli alberi fungono da intercettatori di CO2 fissando il carbonio durante la fotosintesi e immagazzinandone l’eccesso sotto forma di biomassa.
I boschi periurbani, i parchi cittadini e i giardini, fungendo da accumulatori di CO2, giocano un ruolo fondamentale nel combattere i livelli crescenti di anidride carbonica atmosferica: a titolo indicativo, si può ritenere che un albero di dimensioni medie riesca ad assorbire, durante il suo ciclo vitale, circa 2,5 tonnellate di anidride carbonica (Giordano, 1989). Un ettaro di bosco assorbe, in un anno, la CO2 prodotta da una autovettura che percorra circa 80.000 km, e produce l’ossigeno necessario per 40 persone ogni giorno (A.A.V.V., 1996).

 

La vegetazione come filtro per gli inquinanti

E’ stato calcolato che, per il solo effetto della respirazione, almeno mille metri cubi di aria vengono viziati da ogni abitante durante 24 ore, e se l’aria non subisse, grazie all’azione fotosintetica dei vegetali, un continuo ricambio, si formerebbe una colonna inquinata fino a otre 30 metri di quota (Giordano, 1989). Questo tipo di inquinamento, generato dalla respirazione degli esseri viventi, non è, però, che una parte infinitesima, addirittura trascurabile, della componente contaminata e potenzialmente dannosa dell’aria che respiriamo.
L’unità di misura utilizzata per quantificare la concentrazione di inquinamento da particolato sospeso è, solitamente, il PM10, abbreviazione di particulate matter avente un diametro inferiore ai 10 µm e misurabile in µg*m-3 di aria. Questo tipo di particelle rappresentano la maggior parte della massa totale del particolato sospeso in atmosfera. Per convenzione, la PM10 si intende formata da composti organici e naturali, mentre la PM2,5 (diametri inferiori ai 2,5 µm), frazione fine, contiene in maggior parte particelle di formazione antropogenica, come fuliggine, nitrati e solfati. E’ genericamente riconosciuto che sia proprio questa piccola percentuale di particelle fini a causare malattie polmonari ed infiammazioni dell’apparato respiratorio (Beckett et al., 1998), e la gravità di questo problema è accentuata dal fatto che in ambiente urbano fino al 90% delle emissioni di questo tipo provengono dal traffico stradale, in particolar modo dai veicoli Diesel.
Le foglie degli alberi, specialmente quelle con determinate caratteristiche, hanno la capacità di catturare le particelle inquinanti che si depositano sulla superficie fogliare; tali particelle, poi, seguiranno due destini alternativi: in alcuni casi, verranno assorbite dalle cellule fogliari ed entreranno, a vario titolo, nel metabolismo dell’albero; in altri casi e più semplicemente, vi si accumuleranno fino a quando le precipitazioni non le convoglieranno a terra.
Alcuni lavori volti a determinare quale sia l’entità, qualità e quantità, del particolato accumulato sulle foglie, e quali siano le caratteristiche di queste ultime che più favoriscono l’adesione delle particelle ed il loro accumulo sono presenti in letteratura ed i dati ottenuti meritano alcune riflessioni. Beckett et al., (2000), per esempio, hanno studiato questa dinamica in quattro siti a Londra e dintorni, diversi per copertura vegetale, fonte di inquinamento, e distanza dal fattore inquinante. L’efficienza nella cattura e ritenzione delle particelle si è dimostrata, anzitutto, sito-specifica; all’interno del medesimo sito, poi, grande variabilità si è rilevata tra le specie. In un parco di 10 ha situato nelle immediate vicinanze di una via a grande percorrenza, a Brighton, un olmo (Ulmus procera) di 21 m di altezza ha fissato, in una sola stagione vegetativa, 1071 g di particolato sospeso, corrispondenti a 475 mg m-2 di area fogliare. Nello stesso luogo, un tiglio di 12 m ha fissato 192 mg m-2 di particelle, mentre una pianta di caratteristiche molto simili, valutata in un altro sito (piccolo parco di 2 ha in città), ha ridotto di 488 mg m-2 di inquinanti.
Un ragionamento particolare deve essere fatto per le conifere: la grande maggioranza mantiene le foglie aghiformi anche in inverno, quindi continua ad accumulare particolato sospeso durante tutto l’anno. Questo conduce a due effetti: mentre la quantità totale di particelle accumulate è generalmente maggiore nelle piante a foglia larga, le conifere risultano più efficienti nel migliorare la qualità dell’aria, perché continuano a “lavorare” anche in inverno, nel periodo, cioè, in cui l’aria è maggiormente inquinata e ricca in PM2,5. In secondo luogo, e direttamente derivato da quanto appena detto, la presenza costante di tossine sulle foglie delle sempreverdi porta a prolungati e più severi danni fisiologici (Beckett et al., 1998).

 

Chi paga in tutto questo?

L’inquinamento atmosferico rappresenta uno dei principali fattori di stress per la vegetazione in ambiente urbano e interferisce sulle normali attività metaboliche della pianta. Spesso le concentrazioni degli inquinanti non sono sufficientemente alte da risultare letali o direttamente visibili: le interferenze con il perfetto funzionamento del metabolismo sono minime, ma persistenti, e si traducono in manifestazioni asintomatiche diffuse, quali crescita ridotta o stentata, riduzione della fioritura o della fruttificazione, riduzione della stagione vegetativa, senescenza anticipata. La somma di questi fattori causa un malessere diffuso e generalizzato, lo stress da fattori abiotici, appunto, che spesso si traduce in una maggiore vulnerabilità agli attacchi da fattori biotici quali insetti o funghi (Flückiger e Braun, 1999).

 

Conclusioni

In definitiva, l’importanza del verde nelle aree urbane e periurbane è fondamentale e dimostrabile. Solo una pianificazione/progettazione attenta, che recepisca tali aspetti, può cambiare le carte in tavola.
Attualmente l’Italia sembra non aver imparato nulla dagli errori passati: gli obbrobri degli anni ’60 ci accompagnano o, caso mai, vengono sostituiti da nuovi grattacieli orizzontali, mentre gli spazi verdi non guadagnano un metro. Niente è stato fatto per una nuova concezione della pianificazione, si pensi a Milano e alla sua escalation di altissimi grattacieli (zona Garibaldi/Repubblica, ad es.). Tuttora lasciamo senza briglie l’espansione edilizia, basata su un arcaico ed esasperato senso della proprietà privata e ispirata dalle peggiori logiche speculative. Abbiamo creato e stiamo creando quartieri e tessuti urbani che sono la smentita di ogni norma elementare del vivere civile, privi dei servizi essenziali; il verde è una variabile che ancora oggi non viene inserita nei nostri piani urbanistici, se non come elemento decorativo. I parchi pubblici delle città italiane risalgono tutti a prima della seconda guerra mondiale, nel dopoguerra non abbiamo saputo creare per le nostre città nemmeno uno spazio verde degno di questo nome.
Le città italiane vantano oggi un primato alla rovescia: quello di essere le città più povere di verde pubblico al mondo. Nessuna, da Roma a Milano, da Torino a Napoli, supera i 3-4 metri quadrati di verde per abitante!! (per non citare i casi limite: Napoli 0,5 mq, Palermo 30 centimetri quadrati di verde procapite!). La media nazionale dei capoluoghi di Provincia scende ad un livello infimo 1 mq per abitante. Per meglio comprendere il significato di questi dati occorre compararli a quello di altre città europee: a Parigi si hanno 8 mq di verde/ab., a Zurigo 10, a Copenaghen 12, a Monaco di Baviera 30, ad Amsterdam e Colonia 20, a Leningrado 26, il massimo valore, registrato a Stoccolma, è di 100 mq/ab.! Quanto alle city americane basterà pensare che New York, considerata una delle megalopoli meno abitabili del pianeta, offre ai suoi cittadini 16 mq di verde pro-capite, ovvero una dotazione di verde per i suoi 8 milioni di abitanti che è sei volte superiore alla somma delle aree verdi presenti nei più di 90 capoluoghi di provincia italiani (i quali ospitano più di 20 milioni di persone).
Ognuno tragga le conseguenze.

 

Alfio Sironi

*Per la bibliografia in extenso sull’argomento mandare una mail alla nostra casella di posta.

Informazioni su Gruppo Valle Nava

Associazione casatese per la difesa del territorio, la sua valorizzazione e la diffusione di una coscienza ecologica.

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