Gruppo Valle Nava

riscopriamo il nostro territorio

#Nuovo PTCP lecchese: un’opinione di Alessandro Magni

L’impatto cognitivo che si è andato formando e strutturando nella nostra mente analizzando il progetto di adeguamento del PTCP produce una visione e delle aspettative sostanzialmente conservative e regolative delle tendenze esistenti e mitigative di quelle che appaiono essere nei termini dell’analisi degli SWOT le minacce.
Minacce che però alla fine paiono essere gli elementi dominanti la scena, in quanto non equilibrate dalle opportunità, che appaiono essere appunto di tipo o conservativo o mitigatorio. O talvolta e peraltro incentivante e potenziante la minaccia. Detto con altre parole l’analisi condotta in termini SWOT è fin troppo descrittiva e analitica nell’individuare i diversi fattori presenti in ogni quadro, con il rischio di generare settorialismo, non solo nella fase progettuale, ma anche nelle implementazioni. Ci pare, in sostanza, che una articolazione in termini di punti “critici” non contenga in sé un sistema di misurazione dei pesi e contrappesi che reciprocamente si equilibrino.
In altri termini i punti critici positivi e negativi non generano da soli un sistema di “superamento” dell’esistente, perché sono puramente contrapposti. Manca, in definitiva, un principio autopoietico che organizzi progressivamente il tutto, che colleghi e unifichi le articolazioni del sistema territoriale che nell’analisi SWOT vengono smembrate e inertizzate. Quello che ci sembra di intuire dalle argomentazioni è un quadro di crescite positive cui dovrebbero contrapporsi delle decrescite per dare luogo a un incremento netto, a processi di massimizzazione secondo i più classici paradigmi dei modelli economici di derivazione neoclassica.

 

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Modellistiche inadeguate, a noi pare, a leggere la complessità di un territorio.
Perché il problema vero non è tanto quello di un modello di massimizzazione dibenefici e di minimizzazione di costi territoriali, ma quello di una ermeneutica della complessità. Di una lettura cioè del Territorio che muova a produrre emergenze, che siano gli elementi strutturanti e riarticolanti di una nuova complessità territoriale. Altrimenti il possibile non diventerà realtà, l’opportunità elemento di nuove complessità. E l’incontro dei punti critici darà luogo a mitigazioni, a compensazioni, non in grado di modificare le minacce di fondo, disgregative anche dei punti di forza.
Ci si domanda altresì se in connessione con valutazioni di processi di crescita non prevalgano aspetti quantitativi invece di aspetti prevalentemente qualitativi che risulterebbero correlati ai parametri di complessità Oppure ancora se ci troviamo di fronte a processi di riterritorializzazione quantitativa nel senso della crescita piuttosto che a processi di riterritorializzazione qualitativa nel senso appunto della complessità territoriale. Le conseguenze della nostra lettura ci portano allora a una interpretazione “pessimistica” del futuro del nostro territorio, in cui prevarrà alla lunga una logica appena temperata di laisser-faire degli interessi consolidati.


Il territorio lecchese nel suo complesso perde identità, perde progetto.

Ci sembra diventare un lungo corridoio. Altro che cerniera. Un passaggio senza scambi che non siano parassitari. Debitore ad altri territori. Un non luogo. Incapace di forze attrattive. Come del resto ci sembra delinei, da una lettura in filigrana lo stesso PTR regionale che vede il lecchese come spazio vuoto tra la Valtellina e l’area metropolitana milanese. In realtà il PTR rinuncia a valorizzare in modo policentrico la Regione Lombardia. Punta a presunte nuove aree di riorganizzazione, ma fa il vuoto tra queste aree, che vengono desertificate e svuotate di autonomia e identità.

 

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Il lecchese è una di queste aree desertificate-degradate.
E il PTCP non reagisce, non organizza elementi controtendenziali, che potenzino l’autonomia del territorio. Ha una reazione di intelligente adattamento. Adattiva. Non produttiva. In realtà il lecchese si avvia ad essere una porta di ingresso. Un Giano bifronte di marginalità e perifericità. Verso la Valtellina per le potenziali turistiche. Verso le aree metropolitane per le potenzialità economico produttive. Una marca di frontiera senza arte né parte. Masse di pendolari che si dirigono verso Milano, nuove periferie residenziali-metropolitane, doppie case per un turismo debole.
Corridoio automobilistico per turisti verso la Valtellina. Territorio che sopravvive dell’esistente dileguando i suoi punti di forza in una declinante stagnazione. Il lecchese un lungo corridoio tra colline, monti e lago senza stanze e soggiorni. Un buio illuminato da pareti paesaggistiche reali cristallizzatesi come un trompe-oil dell’immaginario.
Forse dentro questa prospettiva appare anche la debolezza di una scelta di “balcanizzazione- etnico localistica” del lecchese rispetto a una realtà più ampia che era quella della Provincia di Como. Sia dal punto di vista turistico che economico. Per le sinergie che potevano essere messe in comune per realizzare un sistema dei laghi e dei monti più in grado di attrarre. La competitività che necessariamente si mette in atto per massimizzare le proprie risorse prevale più facilmente rispetto ai meccanismi cooperativi-integrativi. Due realtà piccole e smembrate meno sono in grado di vincere la sfida. Ma questa non è nostalgia verso il tempo che è stato. E’ semplicemente lo stimolo a sviluppare forme di cooperazione interprovinciale sia per meglio promuovere l’area lacuale a prevalente funzione turistica, sia per integrare meglio l’area e la fascia della Brianza come polo di autonoma vocazione e non come luogo di irraggiamento panotticheggiante dell’area metropolitana lombarda. E allora che fare oltre a quello fin qui esposto? Che fare ancora?! Come valorizzare la vocazione turistica e quella economico produttiva? Bastano le mitigazioni opportunità? Rispetto alla prospettiva turistica ci sembra di dover rilevare questo.

 

L’area lacuale è distante dalle nuove domande turistiche.
Il nord Europa fa dei Laghi un luogo di soggiorno importante. Che occupa uno spazio importante integrativo, alternativo al mare o all’esotico. Da noi no. Siamo poi troppo vicini al mare. Il lago non ci riguarda. Il lago riguarda molte “masse” metropolitane. Ma in modo fuggevole. Precario. In modo un po’ volgare. Da pic-nic. E nonostante questo è questa “massa” che può fare la fortuna del lago. Se solo questa “massa” diventasse più stanziale. Meno pic-nic, più residenzialità. Più accoglienza. Più immedesimazione nel luogo. Più cultura turistica in chi accoglie. Più lungimiranza e articolazione dell’offerta. Costi del vivere medio bassi. Ma migliore utilizzo dell’esistente. Sono necessarie culture non proprietarie. Sono necessarie culture dell’accesso. Anche nel Piano provinciale si fa riferimento alla esistenza di doppie case sull’intero perimetro lacustre. Si scopre che sono un ostacolo al turismo. Più che una risorsa. E si invocano però nuove strutture ricettive. Non c’è il rischio che queste strutture ricettive nuove vadano anch’esse a costituire nuovi ostacoli congestionanti aggiuntivi e non sostitutivi.

 

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Occorre allora sbloccare il problema della doppia casa.
Che diventi strumento di recettività a buon mercato. Con benefici per chi non lascia inutilizzato e vuoti gli appartamenti. Con disincentivi per chi vuole edificare nuove case. Bisogna fare incontrare domande e offerte. Muoversi in logiche di multiproprietà. Muoversi in logiche di condivisione, di scambi turistiche. Di risorse turistiche. Di integrazione tra offerte mari, montagne, monti. Questa idea dell’accessibilità va ripensata lungo tutta la filiera residenziale-abitativa.
C’è un eccesso di offerta rispetto alla domanda residenziale. Con una domanda che non trova la sua offerta. E che si traduce in nuova offerta per adeguarla ai bisogni della domanda. Insomma in nuovo consumo di suolo. Con una offerta complessiva sottoutilizzata e una domanda inevasa. Bisogna avvicinare i due poli. Fare maturare delle convenienze. Disporre strumenti anche normativi adeguati. Altrimenti il consumo di suolo crescerà ben oltre le mitigazioni, le compensazioni. Le doppie case in ambito turistico forse si prestano anche su base volontaria a un cambiamento di mentalità nell’utenza abitativa. A un cambiamento di mentalità del consumo di abitazioni. In realtà il piano fa convivere le due tendenze. Costruire di più, in aggiunta, senza convertire l’esistente. Mentre ci sarebbe bisogno di un’altra cultura dell’abitare. Una cultura non proprietaria. Questo principio non è afferrato dal piano. Non è su questo principio che prendono forza gli interventi.

 

Ma torniamo al turismo e al lago.
Che cosa dovrebbe avvantaggiarlo rispetto al mare che ci è così vicino. A questa domanda bisognerebbe rispondere. Per dare una prospettiva anche più di “massa”. Certo va pensato un lago usabile. Balenabile. Pulito. Non inquinato e quindi povero di imbarcazioni a motore. Un lago ricco di occasioni sportive ma anche gastronomiche e culturali. Un lago come basi di escursioni. Crediamo però che il turismo non solo sul lago e in montagna possa essere una attrazione se nel complesso il lecchese in tutti i suoi comparti diventi un modello di eco-sostenibilità. Un modello ambientale sostenibile. Che promuova innovazione ambientale. Che permei ogni sua dimensione territoriale dell’innovazione ambientale. In modo che l’innovazione ambientale e la ricerca ambientale diventi soprattutto una fonte produttiva, un punto di forza dello stesso sistema produttivo.
L’annoso problema della compatibilità tra turismo e vocazione industriale del lecchese, che in realtà oggi appare in tutta la sua artificiosa dissonanza pensiamo possa essere superato in avanti e possa diventare elemento di ristrutturazione complessiva del territorio, se al distretto del ferro si aggiunga, inserendosi, la creazione di un distretto della innovazione ambientale. Non piccole operazioni incrementali di temperamento-regolazione di fattori o punti più o meno isolabili di criticità settoriale ma il perseguimento, ormai forse tardivo, anche di un vantaggio competitivo, in campo economico, che possa tradurre una conversione produttiva dal ferro al turismo o per lo meno una più equilibrata loro coesistenza. Perché ci si fermerà nel lecchese, non solo per motivi paesistici, ma perché si sta bene, perché lì si sta sperimentando una nuova cultura del ben vivere, fondata sulla conversione ecologica dell’economia e del territorio.
Dentro questa ristrutturazione economica che metta al centro l’innovazione ambientale come fattore produttivo, come offerta complessiva che risponde a una domanda territoriale, attrattiva e attraente soprattutto per soggetti economici extraterritoriali siano essi consumatori o imprese, deve poi essere sviluppata una economia della solidarietà e della reciprocità. Una economia non-commerciale che sottragga il nostro territorio ai meccanismi omologanti della globalizzazione. Una economia di filiere corte, che valorizzi le produzioni locali. Che valorizzi il locale e l’agricoltura locale. Che promuova forme anche di autoproduzione collettive, sociali e locali. Che produca distretti di reti solidale, in modo organico e non residuale. Che azzeri ogni nuovo insediamento della grande distribuzione che è fonte ormai di esternalità negative da moltissimi punti di vista. E sicuramente elemento di impoverimento sociale. Mentre in atto sono leggibili viceversa tendenza a economie di relazione, che scambiano tempo con socialità e servizi e non con merci materiali e beni. Quindi un altro elemento che il Piano dovrebbe implementare è quello di una economia sociale e di relazione che valorizzando anche le dimensioni culturali dello stare assieme e del fare assieme crei e mantenga e sviluppi un clima complessivo di cooperazione e non di isolamento competitivo che spesso poi si traduce in isolamento culturale o competizione al ribasso. Insomma se ci è permesso dire che non produca invidie distruttive, passioni tristi ma emulazioni gioiose e generose.

 

Resta poi aperto il problema del distretto industriale.
La lettura del documento resta a metà. In parte si immagina un incremento della attuale situazione. Con qualche aggregazione piccolo industriale, un maggior tasso di cooperazione. E questo sembra essere lo scenario dominante. Per il quale si richiedono nuovi spazi in termini di insediamento industriale e sottrazione di territorio all’agricoltura in generale. Con individuazione di nuove aree per insediamenti produttivi. Dall’altra si immagina invece il permanere di fasi produttive più intimamente legati alla progettazione e all’innovazione con delocalizzazione delle fasi più esecutive altrove. Noi crediamo che la realtà sarà in parte mista. Non solo progettazione-innovazione e non solo delocalizzazione.
Qui sì ci sembrano essere in parte gli spazi di una lettura compensatoria che eviti l’utilizzo di nuovi suoli non urbani. Se questa tendenza corrisponde a quanto detto le fasi di ristrutturazione industriali del distretto del ferro e no, possono e devono essere ricavate dalle dismissioni e dalle parziali localizzazioni. Ma il problema non sono le eventuali delocalizzazioni. Il problema è con che cosa le si va a sostituire. Premesso che l’autarchia di innovazione e progettazione è tutta interna al distretto del ferro (per esprimerci in sintesi).
Il problema vero allora è immaginare per il territorio lecchese e per la Brianza un altro sviluppo fondato sulla ricerca e sulla innovazione tecnologica. Altrimenti quel processo di metropolizzazione periferica ci ingloberà richiedendo alla Brianza lecchese spazi delocalizzanti di tipo semiperiferico. A noi pare invece importante che questo nostro territorio assuma una sua configurazione autonoma, dei suoi punti di forza che lo identifichino ad alti livelli di sviluppo di innovazione strategica in campi del tutto nuovi e che contribuiscano a dare al territorio lombardo una sua effettiva policentricità in cui i settori innovati vengano incuneati secondo una logica di differenziazione-integrazione fuori da una logica centro-periferia-semiperiferia. In una logica cioè locale e policentrica.

 

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E da ultimo sui trasporti.
Anche qui la contrapposizione pubblico-privato non basta. Se al pubblico compete produrre le reti quello che importa è di quali reti si vada parlando. Quello per il trasporto su gomma o quello per il trasporto su ferro? Ci pare che la linea privilegiata sia la prima.
Nonostante gli scongiuri del Piano, non si vede perché debbano diminuire auto, camioncini e camion sul territorio se è a loro che si aprono nuove strade/reti. Spesso inutili e deleteri. Come la nuova Lecco-Como-Varese, immaginata da un consorzio di folli, appena a ridosso della futura pedemontana. Ma quello che serve per potenziare la mobilità è un effettivo scoraggiamento/disincentivazione dell’uso dell’auto che può e deve passare attraverso anche un uso più razionale del mezzo (car sharing) sviluppato sulla base di un piano provinciale che preveda attraverso manager d’area, city manager, manager aziendali, una riduzione dell’acquisto di nuovi mezzi, una più razionale uso di mobilità personalizzata (anche attraverso il carpooling), un più efficiente interscambio con il ferro. Il problema va poi migliorato anche per la trasportistica e la logistica delle merci, che ha analoghi problemi, con più efficaci coperture nei rapporti di carichi/scarichi trasportati e con la limitazioni negli spazi urbani in orari diurni.
In sintesi anche qui dovrebbe valere una logica non proprietaria, centrata sul miglior uso dei mezzi e sulla loro versatilità e accessibilità. Più che nuove reti che mangiano territorio si tratta di migliorare e rendere razionale l’uso dei mezzi che percorrono l’esistente. Razionalizzazione della mobilità delle persone e ovviamente anche delle merci che complessivamente dovrebbe poter ridurre almeno di un fattore due i veicoli in circolazione. In sintesi le idee connettenti che dovrebbero implementare il Piano con i suoi punti critici ci paiono essere poche ma decisive per far emergere un altro territorio:

– accessibilità ai beni piuttosto che proprietà degli stessi;

-innovazione produttiva incentrata sull’innovazione ambientale come base per un turismo sostenibile e di “massa”;

-innovazione produttiva incentrata sulle tecnologie ad alto contenuto conoscitivo e immateriale da innestare sul nostro territorio fuori da logiche di semi-perifericazione metropolitana;

-sviluppo di economie non commerciali o limitatamente commerciali che sviluppino reti di reciprocità e solidarietà e promuovano socialità e relazione.

E infine una promozione delle esperienze di cooperazione intercomunale che non ponga come rilevante le sole collaborazioni istituzionali o rappresentative. O che veda come partnership attori o categorie forti. Ma che veda come soggetti interagenti forti le popolazioni dei cittadini con i loro bisogni fondamentali. In grado di rompere gli interessi forti e più consolidati. Magari ciechi alla prospettiva di cambiamento necessarie per vincere la sfida delle minacce che il Piano descrive e rappresenta.

Alessandro Magni
Centro Khorakhané Lecco

Informazioni su Gruppo Valle Nava

Associazione casatese per la difesa del territorio, la sua valorizzazione e la diffusione di una coscienza ecologica.

2 commenti su “#Nuovo PTCP lecchese: un’opinione di Alessandro Magni

  1. Alessandra
    febbraio 25, 2008

    Il nuovo PTCP della Provincia di Lecco mi era stato dipinto dal mio docente di Legislazione del Turismo dell’Università degli Studi di Bergamo come un piano all’avanguardia e come uno dei migliori in Italia al momento. Quelle che però leggo in questo articolo sono tutte critiche che collimano con le idee più all’avanguardia nel campo del turismo…che questo piano di sviluppo sia quindi un buco nell’acqua?…

  2. Luigi
    aprile 22, 2008

    L’analisi del PTCP lecchese fatta da Magni è molto interessante e centrata: coglie la vera essenza del contenuto e lo scenario che si prospetta dalla sua applicazione. In qualche modo il PTCP al di la delle apparenze immediate apre al totale impoverimento dell’ambiente provinciale in una triste trasformazione nella continuazione della periferia milanese. E questo è prospettato dal piano quasi come un fatto inevitabile, quasi come un futuro da subire invece che da combattere. Nel frattempo mentre si discute l’ambiente della provincia di Lecco si sta perdendo PER SEMPRE. Bravo Magni, mi permetto solo un piccolo appunto: ho trovato una leggera difficoltà mel leggere il tuo scritto, forse se si vuole una partecipazione della gente (indispensabile) è a volte necessario cercare di usare termini più semplici.
    Grazie
    Luigi Parea

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 24, 2008 da in Approfondimenti con tag , , .

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