Gruppo Valle Nava

riscopriamo il nostro territorio

#20 dicembre 2008 – Tutto è bene…

 

“Non può piovere per sempre”, la citazione dal film “Il corvo” è quasi d’obbligo, anche se le atmosfere nostrane rimandano poco o punto alle notazioni gotiche della pellicola di cui sopra. Dopo la pioggia, la tanta e quasi interminabile pioggia dei giorni scorsi, la nostra Nava è gonfia d’acqua.

 

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Le temperature alte per la stagione lasciano solo bave di brina qua e là.

 

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Nonostante il sole, tuttavia, ci siamo solo noi due – io e l’inossidabile Alfio Sala – lungo i sentieri. Altre presenze caratterizzano lo scenario di oggi: cacciatori e cani annessi. Visitatori per niente graditi: spari continui, cani in movimento ovunque, capanni in azione; per i poveri selvatici non c’è tregua. Problema mica da poco, sarà da affrontare prima o poi, e sarà dura, molto dura. Altra nota dolente: a impugnare le doppiette sono non pochi giovani.

 

Il panorama avifaunistico non offre molto oggi, nessuna novità particolare. Alfio dedica del tempo a tentativi fotografici. La luce di inizio giornata non è però delle migliori: il nostro abbandona temporaneamente velleità d’obiettivo.

 

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“Matteo non va in escursione, va a zonzo”, disse una volta Anna S., coordinatrice dei campi estivi CTIN-WWF, dove il sottoscritto opera da anni. Durante i campi a Innerbach (Sudtirolo), si va in escursione coi ragazzi (12-14 anni). Se sono io a comandare la giornata, le passeggiate durano moltissimo, interrotte da tante divagazioni. ”Andare a zonzo” non significa perdere tempo, significa invece appropriarsi in modo più forte di quanto ti circonda, essere sempre pronti a trovare motivi di interesse e a fare osservazioni, e saper cogliere l’inatteso.

Le occasioni non mancano mai. Mentre Alfio fa le sue prove fotografiche, trovo e immortalo questa bella tana di arvicola (o giù di lì): roba da manuale.

 

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La neve e l’acqua han gonfiato i boschi, e qualche pianta non ne è uscita indenne. Sono gli schianti, termine – ebbene sì – tecnico, del gergo dei forestali. Schianti: nello stesso tempo selezione imparziale nella massa vegetale e fonte di vita per tante specie, animali e non solo. Qualche albero, orcu diaul, cade dritto sul sentiero: un estemporaneo percorso a ostacoli mi fa scivolare, cavalletto e digitale nelle mani, sul ferretto fattosi palta.

 

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Non tutto il male viene per nuocere, la considerazione è del mio compagno di avventure: saranno tempi duri per i motocrossisti, altra genie che non amiamo.

Una poiana è ancora presente, offesa nella sua quotidiana attività da spari e cani. Le nuvole di fringuelli e peppole sono ancora in zona, si muovono secondo traiettorie ormai consuete. Come gli umani, anche gli animali sono spesso e volentieri costanti e abitudinari nel loro agire, aspetto che spesso aiuta gli osservatori.

 

Raggiungiamo l’ultimo punto di stazione; per arrivarci bisogna attraversare la Nava.

Il cavalletto del binocolo abbisogna di una resentada che elimini fanghiglia e aggregati. Il nostro finisce a bagno, un’immagine da lavandaie di qualche lustro fa.

 

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Nel frattempo, immortalo qualche impronta di roditore, nella spiaggia sulla riva del Torrente.

 

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All’ultimo punto, il dramma, piccolo se confrontato con tante sciagure dell’umana tragedia, ma fastidioso anziché no. La placca di raccordo che permette di agganciare la specola, per dirla con il Lario Lecchese, al treppiede non è più tra noi. Beh, agganciata alla buona in seguito a tormentate vicende, ha pensato bene di arricchire il paesaggio della Valle. Ripercorriamo l’ultimo tratto, senza successo veruno. A casa dovrei averne un’altra di scorta, spero: vedremo. Tripla scocciatura non poter usare per qualche tempo il cannocchiale.

 

Il ritorno ci fa scoprire un paio di resti di pasto: bucce di qualche bacca, come mostra la foto qui sotto, mangiata da un’arvicola. 

 

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A ulteriore conferma dell’identità del colpevole troviamo anche degli escrementi, tipicamente da piccolo roditore: dei cilindretti scuri. L’immagine che li ritrae è stata scattata successivamente, a casa, dopo averli fatti seccare, operazione che ha tolto ad alcuni un poco dell’aspetto originario.

 

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A pochi ghelli, un paio di borre parzialmente schiacciate fanno bella mostra di sé. Finiscono, ovvio, nella collezione del sottoscritto, insieme ai frammenti di gusci di cui sopra. Il termine “borra” indica una pallottola rigurgitata da molte specie di uccelli, in particolare rapaci ma non solo. La pallottola contiene le parti di cibo che l’animale non riesce a digerire. Gli uccelli non hanno denti e affini, di conseguenza ingurgitano tutto. Il cibo verrà triturato all’interno dell’apparato digerente. Ciò che non è digeribile sarà espulso e formerà la borra. All’interno di queste pallottole possiamo trovare di tutto: ossa, peli, piume, pezzi di scheletro di insetti…..

 

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Con buona probabilità, viste le dimensioni e l’aspetto untuoso, si tratta di tracce di allocco, tipico rapace notturno dei boschi.

 

Salutiamo la Valle della Nava. Alfio mi regala qualche gioiello: alcune penne di gallo forcello e una penna di astore, tutta roba di provenienza valtellinese. Porca vacca! Astore! Per fare contento un naturalista a volte bastano un paio di penne di quelle giuste. Ringrazio il bravo Alfio, anche per la compagnia.

 

A casa recupererò un placca di riserva per il cavalletto. “Tutto è bene….”.

 

Matteo Barattieri

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